Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.

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