E se invece abolissimo le Regioni?

Le Regioni? Da abolire tutte. Comprese, naturalmente, quelle a statuto speciale. E’ questa la proposta lanciata qualche mese fa dalla Società geografica italiana, ente fondato nel lontano 1867 per promuovere la ricerca nel settore. Proposta in assoluta controtendenza e perciò immediatamente consegnata all’oblio. Quando si parla di riordino territoriale dello stato infatti, la politica tutta si scaglia indistintamente, almeno a parole, contro le vituperate province. Ma le Regioni, chi le mette in discussione? Giusto la Società geografica secondo la quale, le Regioni non sarebbero altro che soggetti artificiali, definite geograficamente a fine ottocento e nate amministrativamente una quarantina d’anni fa. Al contrario, l’Italia è terra di comuni: un mosaico di città e paesi che sono il vero nucleo storico del Belpaese. Da questo dato innegabile, la proposta dei geografi: eliminare le Regioni come enti di intermediazione politica e amministrativa con lo Stato e sostituirle con delle macro-province (36 contro le oltre 100 attuali) ridisegnate a partire dalle reti infrastrutturali – legate alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni – presenti sui vari territori.

Ipotesi choc? Nemmeno tanto. Proprio a partire dall’Emilia-Romagna, unica regione a rappresentare anche nominalmente, un aggregato di soggetti parecchio lontani tra loro nonostante lo storico legame della via Emilia. Che c’entra infatti Piacenza con Rimini, tanto per citare i due estremi? A parte la distanza fisica di quasi 300 chilometri, è evidente che le due città presentano problematiche totalmente differenti l’una dall’altra ben al di là di banali logiche di campanile. Bisogna anche aggiungere un dato economico tutt’altro che irrilevante: le Regioni pesano sul bilanci dello Stato ben più delle Province: più di 100 miliardi l’anno (cifra che comprende però l’esosa voce “spese sanitarie”) contro 11. Anche se è chiaro che qualsiasi riassetto amministrativo non cancellerebbe la ripartizione delle competenze. Nel qual caso, l’unico risparmio garantito sarebbe quello legato ai 1.070 seggi complessivi oggi occupati dai vari consiglieri regionali. Poca cosa dal punto di vista economico, anche se giova segnalare che in questa stagione di totale sfiducia nei confronti della politica, la prossimità territoriale facilita (o dovrebbe facilitare) l’esercizio di controllo dei cittadini rispetto alle scelte degli amministratori. Se non altro perché è più facile reagire in positivo o negativo a ciò che tocca sulla pelle viva.

Insomma, un punto a favore delle Province. In questa logica, Bologna non è solo distante da Rimini o Piacenza, ma perfino da Modena. Ma soprattutto, meriterebbe una valutazione ben più puntuale il rapporto costi/benefici per tenere in piedi le complesse strutture regionali. Perfino in una Regione considerata tra le più virtuose come l’Emilia-Romagna. Che comunque costa parecchio. In termini di consumi intermedi per svolgere le proprie attività (cancelleria, affitti, bollette…) nel 2011 sono stati spesi nelle torri d’avorio bolognesi disegnate da Kenzo Tange 162,4 milioni di euro, una cifra pari a 36,6 euro spesi per abitante e a quasi 55 mila per ogni dipendente. E’ quest’ultimo il dato da tener maggiormente presente come parametro per l’efficienza della gestione, perché legato alla dimensione della struttura amministrativa. E seppure, lo ripetiamo ancora una volta, la nostra Regione resta tra le più virtuose, spicca la differenza con i 40 mila euro spesi dal Veneto per dipendente. Anche se possono consolare le cifre folli di Lombardia (oltre 233 mila euro spesi per dipendente) e Piemonte (133 mila).

Disparità incredibili, occorre sottolinearlo, che costituiscono un ulteriore indicatore della totale assenza di omogeneità di gestione tra le diverse regioni a parità di competenze. Insomma, il federalismo in chiave regionale è il solito pasticcio all’italiana. Come dimostra anche il costo medio per dipendente. In questo caso l’Emilia-Romagna spende più di Veneto e Lombardia (sempre prendendo a parametro le principali regioni del Nord), 51 mila euro a persona contro i 27 mila del Veneto e i 50 mila della Lombardia. Fuori quota il solo Piemonte con un costo medio per dipendente di oltre 68 mila euro. Complessivamente i 2976 dipendenti della Regione (67 per ogni 100.000 abitanti, dati 2011) incidono sul bilancio per 151,5 milioni di euro l’anno, con un costo per abitante di 34,2 euro (Lombardia 17,3; Veneto 29,2; Piemonte 45,5). Ma bearsi di una situazione emiliana che fa la sua bella figura in un panorama complessivo da paura, nonostante in tempi recenti più d’uno scandalo abbia notevolmente ridimensionato il mito dell'(ex) Emilia rossa, non elimina la questione di fondo posta indirettamente dalla società geografica: le regioni sono un pateracchio non solo dal punto di vista storico e culturale ma, così come è oggi, soprattutto dal punto di vista amministrativo. E valutarne la reale opportunità in prospettiva, evitando il facile (e spesso pretestuoso) coro del “Dagli addosso alla provincia”, potrebbe aprire scenari interessanti. Forse pure troppo per il livello tanto dogmatico quanto poco pragmatico in cui si discute da anni e anni, con risultati prossimi allo zero quando non del tutto negativi, sul riassetto dello Stato.  

Una risposta a “E se invece abolissimo le Regioni?”

  1. Condividendo la tesi sotenuta, allego mia nota del settembre 2012 in cui sostenevo la stessa tesi.

    Ampliare le province, abolire le regioni? Provincia Emilia, tra spending review e riordino istituzionale.
    27 settembre 2012 alle ore 17.46
    Nel dibattito sullo spending review e il riordino istituzionale abbiamo sentito tante proposte, tra le ultime l’abolizione delle regioni. Manca ancora però un disegno generale, di prospettiva, che non sia solo calcare l’onda di una più che giustificata indignazione popolare.
    Il dibattito nato sul futuro di Reggio e sulla proposta di un’unica provincia Emilia può portare alcune indicazioni.
    E’ oramai chiaro che qualsiasi proposta fatta non incida sui veri costi. Innanzitutto perché si è fatto più demagogia che economia. E così ad esempio è passata l’eliminazione degli assessori nei comuni piccoli, sotto i mille abitanti, non dicendo che qui un assessore prende cifre inferiori ai 1000€ annui. Senza pensare che nei piccoli comuni si tratta di fatto di un rimborso spese per attività di volontariato, perché di volontariato si tratta. E così eliminandone 4/5000, si arriva a risparmiare… il costo di 6 o 7 consiglieri regionali. Ed eccoci al punto.
    E’ sempre più chiaro a molti, soprattutto dopo gli eventi di Lusi e Fiorito, o dopo avere appreso che un usciere a Palermo guadagna 3.700€ al mese, cifra tre volte superiore a quanto costa sindaco, giunta e consiglio a Vezzano; che se si parla di costi e sprechi bisogna andare a Roma o nelle regioni, a statuto speciale o meno. Lì dove i partiti hanno ricreato il luogo dove finanziarsi. Ecco spiegato infatti perché chi fa le leggi, Stato e Regioni, e la politica, i partiti, abbiano colpito Province e Comuni, i più deboli.
    L’accorpamento delle Province non produrrà risparmi a tempi brevi, anzi conoscendo la macchina pubblica, subito creerà un aumento delle spese. E disservizi. Anche le Unioni dei Comuni, nonostante siano sostenute dai più, non hanno dimostrato ad oggi di portare veri risparmi. Calcolando i finanziamenti che le sorreggono, direi che fino ad oggi i costi sono stati maggiori.
    Anche i dati forniti sull’Europa per un raffronto sono sempre parziali. E’ vero che in molti paesi i Comuni sono stati ridotti nel numero, citando sempre la Germania che li ha dimezzati, senza dire però che in Germania (80 milioni di ab.) ne sono rimasti 12000, quando in Italia (60 milioni) sono 8000. Nè si dice che in Germania le regioni/land sono “solo” 14, quindi circa la metà che in Italia.
    Se storicamente i Comuni sono presenti in Italia dal suo nascere, 1860, le Regioni, benché previste nella Costituzione fin dal suo nascere, sono nate come Enti nel 1970. Nel frattempo però è nata l’Unione europea, che è una novità istituzionale, visto che legifera, e un riordino deve pur tenerne conto. Così oggi dal punto di vista Legislativo i livelli, da due (stato e regioni) sono passati a tre. Ed inoltre ai Comuni e Province abbiamo interposto le Unioni.
    Ora se dobbiamo semplificare, non certo è aumentando i livelli che possiamo raggiungere l’obiettivo. Così per risparmiare non è riducendo il numero degli enti che costano e contano meno: comuni e Province….
    L’attuale dibatto sul futuro delle province, in particolare la proposta, che io condivido, di unire le nostre 4 province emiliane in un’unica, porta di fatto a riflettere su che ruolo, con province come l’Emilia e la Romagna, così estese, potrebbero avere i Comuni e le Regioni.
    Una conseguenza naturale , visto che di fatto abbiamo già due livelli legislativi, potrebbe proprio essere veramente quella di abolire le regioni e trasmettere le loro funzioni a Province allargate e a Città Metropolitane. Innanzitutto si risolverebbe alle radici il problema delle Regioni a Statuto Speciale, tema che nessun partito affronterà mai pena un eclatante insuccesso elettorale.
    Inoltre da 20 Regioni e 110 province, avremmo solo 40 macro province (con un milione di cittadini in media, quindi potrebbero essere anche meno) e le città metropolitane. Le Unioni tornerebbero ad avere un senso. Si potrebbero accorpare alle Province anche funzioni di altri enti (delle bonifiche piuttosto che delle prefetture). I piccoli comuni potrebbero “volere” accorparsi per necessità e non sentendosi più il capo espiatorio di una riforma che molti invocano, ma pochi perseguono.
    Questo chiaramente porterebbe un evidente e notevole risparmio economico e una semplificazione istituzionale che potrebbe finalmente riportarci con piena dignità, anche istituzionale, in Europa, più leggeri e più federalisti.

    Mauro Bigi
    Sindaco Vezzano sul Crostolo.

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