Democrazia al limite della sopravvivenza

Campanini-Giorgio_pp«Il tempo delle vacche grasse è finito» e il famoso miracolo economico ce lo possiamo scordare perché «la ripresa non ci sarà». Quindi l’impegno più urgente, ora, è di studiare il modo per difendere la democrazia in una condizione di «decrescita», altrimenti «assisteremo ad una crisi del metodo democratico stesso».

Ha il tono della voce pacato Giorgio Campanini, docente di Storia delle dottrine politiche nell’università di Parma e di Dottrina sociale della Chiesa nella facoltà teologica di Lugano. Ma il suo presagio è grave e si fa ancora più pesante in un clima di instabilità politica come quello che sta vivendo l’Italia.

Professore, davvero è preoccupato per la tenuta della democrazia?
La democrazia fonda la sua credibilità e conseguentemente consensi essenzialmente su due fattori: il rispetto dei diritti umani e il clima di libertà e di relativa sicurezza nel quale i cittadini possono vivere; ma anche rassicurazioni di condizioni economiche progressivamente migliori. Il crollo delle dittature dei paesi dell’Est per esempio è avvenuto su questi due terreni: mancanza di diritti ma anche mancanza di sviluppo. Nel contesto attuale italiano si ha l’impressione che la sostanziale tenuta dei diritti, la persistenza della libertà, le garanzie date ai cittadini non siano considerate più sufficienti per esprimere un giudizio favorevole verso questa democrazia. Cioè una democrazia che non riesce ad affrontare la crisi è a rischio e credo che il voto elettorale di febbraio debba essere letto in quest’ottica.

Per il futuro quindi non possiamo più immaginare un modello democratico come quello passato?
Certo si deve riuscire a convincere i cittadini che auspicabilmente vi possono essere tendenziali progressi nel tenore di vita, nella disponibilità delle risorse, ma che la grande forza della democrazia si situa proprio sul piano della garanzia dei diritti e delle libertà individuali.
Bisognerà quindi diffidare di coloro che promettono aumenti delle condizioni economiche a prezzo delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Per quale motivo non ci si è accorti per tempo di questo degrado?
Probabilmente c’è stata una certa miopia della classe dirigente, non solo della classe politica, ma forse anche degli intellettuali. Solo pochissimi, già da una decina d’anni, mettevano in guardia contro le conseguenze dell’impetuosa crescita dei paesi del Terzo Mondo. Oggi l’Occidente non ha più il monopolio in molti ambiti produttivi, a parte la questione dei prezzi. Ci sono paesi tecnologicamente avanzati dappertutto e dunque la fetta delle risorse mondiali che spetta all’Occidente sta progressivamente riducendosi. Io non credo che, anche superata la crisi, potremmo avere assaggi di sviluppo come abbiamo conosciuto negli anni del miracolo economico. E dunque la democrazia deve convincere i cittadini che anche il mantenimento sostanziale dell’attuale tenore di vita – che è già tra i più alti del mondo – dovrebbe consentire di esprimere fiducia nella democrazia. Se invece si cavalcasse l’utopia di una nuova, crescente progressione economica credo che andremmo incontro a pericolose disillusioni.

Accennava prima al risultato elettorale di febbraio. Pensa che anche il “modello partito” sia entrato in crisi?
Il partito vecchio stile, come “cellula” o “sezione”, con iscritti, con votazioni, con i quadri dirigenti precostituiti questo mi sembra in crisi irreversibile. Però è necessario che vi siano dei luoghi in cui discutere di politica, non limitarsi ai messaggi e messaggini di 10 righe che non sono certo sufficienti ad affrontare i problemi. Né ridursi soltanto alla politica spettacolo della televisione spesso banale e superficiale. Occorre che i cittadini si riapproprino della politica e che ci siano dei luoghi di discussione di confronto e di dibattito. A questo dovrebbero essere destinati i partiti e non ad affrontare beghe interne, a spartirsi cariche o a designare candidati. Se i partiti riprenderanno questo loro ruolo di lettura vivace e critica della società civile credo che avranno ancora davanti a se un futuro, altrimenti la loro sorte a mio giudizio è segnata.

Questa, tra le righe, sembra una delle battaglie portata avanti dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.
Era anche, per esempio, il grande progetto purtroppo non realizzato dell’Ulivo. Anche Segni (Mario, promotore nei primi anni 90 del referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale in maggioritaria, ndr.) quando ha avviato la sua piccola rivoluzione proponeva lo stesso programma: il passaggio da un partito dell’apparato a un partito del movimento della società civile. Purtroppo alcuni critici o forse demolitori della democrazia sono riusciti in questo coinvolgimento della base più dei partiti tradizionali che quindi dovranno decidersi a modificare la loro struttura pena il rischio dell’irreparabile obsolescenza.

Pier Luigi Bersani è stato incaricato dal presidente della Repubblica di provare a formare un governo. Quanto potrà restare in carica?
Queste sono domande da profeta o indovino, non oso assolutamente fare alcuna previsione. Penso che sarà comunque una legislatura breve. Però sarebbe importante non andare subito al voto. Occorre avere un periodo sia di riflessione delle forze politiche, sia di ripensamento generale da parte dell’elettorato, sia – e soprattutto – di impegno per la soluzione di problemi urgenti che non possono aspettare un’eventuale nuova tornata elettorale.

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Immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di Alex Dram in Licenza CC.

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