Dall’Appennino modenese a Portland, andata e ritorno. Con 25 dollari in tasca

Tra Palagano e Portland, in linea d’aria, ci sono 9mila chilometri. In mezzo ci sono gli Appennini, l’Oceano Atlantico e un sacco di altre cose. Il primo, Palagano, è un paesino del modenese di circa 2mila abitanti, si trova nella valle del torrente Dragone, i suoi abitanti si chiamano palaganesi e ha una squadra di calcio che milita in terza categoria.

Portland invece si trova nell’Oregon, nella costa Ovest degli Stati Uniti, ha 575mila abitanti ed è nota, fra i vari motivi, per aver dato i natali a personalità importanti del mondo della cultura e della tecnologia. E’ qui ad esempio che sono nati il giornalista e militante John Reed, il creatore dei Simpsons Matt Groening, il padre di Linux Linus Torvalds e l’inventore del mouse Douglas Engelbart.

Il nome di Palagano sembrerebbe venire dal latino palaga, cioè “pepita d’oro”, anche se non ci sono notizie di ritrovamenti d’oro da quelle parti. Chissà se Sisto lo sapeva quando decise di andare in Oregon, dato che anche qua, alla fine dell’800, arrivarono i cercatori d’oro. Forse no.

Fatto sta che la storia di Sisto inizia e finisce a Palagano, non a Portland.

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Nord-italiani e sud-italiani

Siamo nel 1913. Nessuno può ancora immaginare il mouse e tantomeno i Simpsons. Sisto abita a Palagano, ha 24 anni ed è soprannominato Sisto d’ù Ròss (del rosso) perché suo padre aveva barba e capelli rossi. Decide di partire in America, direzione Oregon, dove vuole raggiungere un suo compaesano per lavorare come boscaiolo. L’America in quel periodo è chiamata la Terra delle Opportunità e anche Sisto, come molti altri suoi coetanei, ne vuole cogliere una per sé.

Dopo la traversata sul piroscafo francese Savoie arriva a Ellis Island, New York, il 2 giugno del 1913. E’ qui che arrivano tutti gli immigrati che vogliono accedere alle opportunità del Nuovo Mondo. Prima di entrare però bisogna passare vari controlli. Ad esempio le donne sole vengono rispedite subito a casa, perché considerate incapaci di sostenersi, così come malati di mente, i ciechi e gli infermi.

Gli ispettori di Ellis Island non si fidano nemmeno di chi ha già un contratto di lavoro in tasca. Dettaglio che a noi oggi può apparire paradossale, ma il fatto è che dietro un contratto già pronto poteva nascondersi una situazione di sfruttamento. Paradossi e contraddizioni che descrivono bene quanto fosse complessa la situazione di chi migrava in America nei primi anni del Novecento.

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Nel registro di arrivo Sisto dichiara di saper leggere e scrivere. In tasca ha 25 dollari. Non sa quanto tempo si fermerà negli Stati Uniti. Alla voce “razza” l’ispettore della Sala dei Registri scrive “nord italiana”. Infatti gli italiani del sud e gli italiani del nord erano considerati appartenenti a due razze diverse, come si poteva leggere dai giornali:

“Gli immigrati che vengono dalle province sotto il 45° parallelo sono malfattori, con pochissime eccezioni. Quelli dalle province a nord di questo parallelo, sono buoni lavoratori ed onesti cittadini”

(dal San Francisco Chronicle del 1904)

Considerando però che le conoscenze geografiche di chi lavorava a Ellis Island non dovevano essere poi così approfondite, è probabile che – per la gioia dei lombrosiani – gli ispettori si basassero anche sull’aspetto fisico. Sembri un terrone? Sei di razza sud italiana. E  benvenuto in America.

La chitarra hawaiana di Sisto

Anche per Sisto, come per molti altri immigrati italiani, Ellis Island è solo l’inizio del viaggio. Il suo vero obiettivo è arrivare dall’altra parte dell’America, in Oregon, stato di boschi, fiumi e castori. Da New York sono quasi 3mila chilometri. Oggi, secondo Google Maps, con la macchina ci vorrebbero almeno 42 ore non stop. Oppure, con i mezzi pubblici, 3 giorni e 8 ore. Ma dato che Sisto ha affrontato questo viaggio nel 1913, e presumibilmente in treno, avrà impiegato come minimo una settimana.

In Oregon lavora come boscaiolo e suona con gli amici. In una foto lo vediamo assieme ad altri italiani e due immigrati hawaiani, seduto con la sua slide guitar, una particolare tecnica chitarristica inventata alle Hawaii e poi portata al successo da molti blues-man americani.

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La slide guitar è una semplice chitarra che si tiene sul grembo, orizzontale, e si suona con una sbarretta di metallo che si fa scorrere sulle corde ottenendo così un suono glissato (che vuol dire appunto “slittare, scivolare”, dal francese “glisser”).

Dopo dieci anni di vita da boscaiolo nell’Oregon Sisto torna a casa, a Palagano, con un piccolo gruzzolo di denaro e la sua slide guitar. Mette a posto la casa di famiglia, apre un’osteria e suona di tanto in tanto con un gruppo di amici. Si sposa con Adele, anche lei con un passato da migrante in Francia e in Nord Africa, e insieme mettono su famiglia. Non parlerà quasi mai dei dieci anni passati in America, dove non tornerà mai più.

L’obiettivo di Sisto era raggiunto: usare una di quelle famose “opportunità” offerte dagli Stati Uniti, e poi tornare a casa. E’ uno dei tanti “birds of passage”, come li chiamavano, ovvero uccelli di passo: quegli immigrati temporanei che si stabilivano in America solo il tempo necessario per raggruppare un piccolo gruzzolo e poi tornare a casa. Circa il 40% degli italiani rientrò dagli Stati Uniti dopo periodi di lavoro più o meno lunghi.

Questo è uno dei tanti motivi per cui erano malvisti dagli americani, che li consideravano sanguisughe, parassiti: cittadini che sì lavoravano, ma non per il benessere dell’intera nazione; bensì per il loro esclusivo interesse: loro e della famiglia. E in più stavano sempre tra loro, non consumavano, erano insomma dei cittadini di serie B.

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Gli italiani rubano il lavoro ai neri

Gli immigrati italiani erano grandi lavoratori. Facevano di tutto, in particolare i lavori più umili. Fabbriche, miniere, campi: poteva capitare che facessero concorrenza agli afroamericani per lavorare nelle piantagioni, come si vede nella foto qua sopra. Sono italiani raccoglitori di arance a Ormond, in Florida. In casi come questi gli italiani venivano sfruttati e utilizzati come manovalanza a bassissimo costo al posto dei lavoranti neri.

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Nella foto a sinistra un giovane contadino italiano lavora sotto il sole in un campo di fagioli del New Jersey. Lo scatto è di Marion Post Wolcott, una fotografa americana che documentò le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati nell’America rurale. La foto di destra invece è di Lewis Hine, famoso per aver documentato il lavoro minorile negli Stati Uniti nei primi anni del ‘900. Il bambino ritratto non ha più di 5 anni e raccoglie mirtilli sotto il comando dei padroni, agenti abusivi che procuravano manodopera a basso costo. Ovvero quello che noi oggi chiamiamo caporalato.

Gli italiani di tutte le età erano usati anche nelle miniere, come documenta quest’altro stupendo scatto di Lewis Hine.

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I giovani minatori conducevano i muli nelle gallerie oppure rompevano i pezzi di carbone per selezionarli e separarli dalle impurità. Naturalmente gli incidenti erano frequenti e quasi sempre mortali. Nel 1907 nel disastro di Monongah Mine morirono 171 italiani. Nel 1909 furono 73 le vittime italiane di un altro terribile incidente a Cherry Mine.

Queste e molte altre storie sono raccontate tramite le fotografie tratte dalle collezioni della biblioteca del Congresso, selezionate e raccolte da Paolo Battaglia e Linda Barrett Osborne nel volume “Trovare l’America – Storia illustrata degli Italo Americani nelle collezioni della Library of Congress”, con testi di Mario B. Mignone e Antonio Canovi e la premessa di un italoamericano d’eccezione, Martin Scorsese. Il volume, edito dalla modenese Anniversary Books, racconta la storia degli italoamericani da Cristoforo Colombo in poi ed è stato recentemente presentato negli Stati Uniti a New York e a Washington.

Battaglia è partito proprio dalla storia di Sisto, il 24enne con la slide guitar, nonno di sua moglie, e ha poi allargato la sua ricerca a tutti gli italiani che, in periodi diversi, lasciarono la propria casa per quella famosa Terra delle Opportunità. Italiani che spesso condividevano origini simili ma che avranno tutti destini diversi: gli onesti lavoratori, gli sfruttati e sottopagati, quelli che faranno successo nel mondo del crimine e altri nel mondo del cinema o della musica, ma anche personaggi interessanti e poco conosciuti come Filippo Mazzei, consigliere di Thomas Jefferson, e Costantino Beltrami, il primo esploratore a raggiungere le sorgenti del Mississippi.

Ma sono più spesso le facce delle persone qualunque a raccontare di più, a impressionare il lettore proprio per la loro assoluta normalità. A loro è dedicata “Facce e nomi”, l’ultima sezione del libro, dove fra l’altro si legge:

“Guardate le facce di queste pagine. In esse si può leggere la storia degli italiani in America. Hanno un aspetto italiano? I loro nomi sono italiani?  Non ha importanza.”

Foto e nomi di persone che potrebbero essere tranquillamente dimenticate dalla Storia, quella con la esse maiuscola, e a volte anche dai loro stessi parenti, se non fosse per libri come questo di Anniversary Books e Library of Congress. Un mirabile lavoro di ricerca e documentazione (Battaglia e Linda Barrett Osborne hanno passato molto tempo nella fornitissima biblioteca del Congresso) che rappresenta anche un prezioso spunto di riflessione per un Italia che per la prima volta si trova ad essere non solo un punto di partenza dei flussi migratori ma – come ci viene ricordato tragicamente quasi ogni giorno – anche un punto di approdo.

E se è vero che le parole fanno riflettere e che una fotografia vale mille parole, le oltre 500 foto contenute in “Trovare l’America” dovrebbero far riflettere un bel po’.

 

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