Clochard alla riscossa. Quando la realtà supera la fantasia.

molteniWainer Molteni nasce nel 1972 a Marsiglia. Cresce tra la Francia e la Brianza, allevato dai nonni materni dopo essere rimasto orfano. Passa (sembra) un’infanzia tranquilla e una adolescenza altrettanto pacifica. Si laurea in Sociologia alla Statale o forse alla Cattolica di Milano (questo non è molto chiaro, ma poco importa) e ottiene pure un master in criminologia negli States. Decide (e forse questo è il suo grande errore) di diventare direttore del personale di una catena di supermercati che di lì a poco chiude per fallimento. Rimane senza lavoro, poi senza casa e infine senza famiglia, dando così impulso alla sua personale parabola decrescente che lo porta direttamente alla stazione di Milano. A fare il Barbone.

Molteni vive questa esperienza di povertà radicale facendo amicizia con innumerevoli clochard milanesi, persone che lui chiama amichevolmente ‘barbafratelli’. Conosce il freddo, la fame, lo sporco e il disprezzo. Dopo otto lunghi anni vissuti in totale dispersione personale per le strade di Milano, decide di mettere in moto la propria riscossa personale. Crea il sindacato dei barboni (che chiama appunto Clochard alla riscossa), attiva su facebook una raccolta di massa di sacchi a pelo da distribuire ai suoi poveri amici miserabili, scrive un libro sulla sua drammatica vicenda personale (titolo: Io sono nessuno), fonda il primo agriturismo italiano gestito da homeless (location: Serravalle Pistoiese), avvia una vera e propria impresa sociale in grado di produrre olio di grande qualità (almeno così dice lui).

La vicenda di Molteni ha tante sfaccettature (facendo un po’ di surfing si scopre che dietro a questa specie di favola si nasconde comunque qualche magagna), ma rimane inequivocabilmente interessante per quell’elemento ineludibile di riscossa che la contraddistingue e per quella capacità di ‘riscatto personale’ che sembra aprire alla possibilità paradossale di ri-comprarsi la propria vita, di modificare  radicalmente il proprio setting esperienziale, di trovarsi – quasi miracolosamente – dentro a un nuovo film.

È il cervello di Molteni quello che si mette in moto e che mette in moto un cambiamento mentale e fattuale che lo porta fondamentalmente a negare la negatività come condizione assoluta. Seguendo G.B. Shaw  – “alcuni uomini vedono le cose come sono e si chiedono Perché?, mentre altri sognano le cose come non sono mai state e dicono Perché no?” (Sia fatta la Sua volontà, George Bernard Shaw) – è come se Molteni si fosse trovato nella straordinaria condizione di interrogarsi sulle ragioni della propria situazione contingente (perché sono diventato barbone? cosa ho sbagliato? perché nessuno mi aiuta? perché non ci sono servizi adeguati per i barboni?), ma anche, allo stesso tempo, di interrogarsi sulle possibilità di creare e di inventarsi una nuova situazione personale (perché non provo a cercare un po’ di sacchi a pelo per me e per i miei barbafratelli? perché non provo a difendere i diritti dei barboni? perché non provo a fare un’azienda con i miei amici di strada? perché non provo a suonare la riscossa dei clochard?).

Per produrre cambiamento, per attivare processi di innovazione serve il Perché, ma serve anche il Perché no. Il Perché – l’analisi ambientale – mette in condizione di analizzare le cause della propria situazione negativa, raccogliendo e incasellando progettualmente quella infinita moltitudine di rappresentazioni che storditamente custodiamo distratti nella nostra mente. Il Perché no – l’analisi virtuale – consente invece di salire al piano delle rappresentazioni impossibili, sognando e snocciolando le chances con cui costruirsi una vita diversa. È l’incontro tra il Perché e il Perché no che consente di mettere all’angolo e di triturare l’idea di negatività radicata dentro di noi e che introduce – direbbe Molteni – la speranza di potercela fare nonostante le avversità della vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *