Carità e ragioneria, italiani e stranieri

Per gli italiani, in caso di necessità devono essere aiutati: prima di tutto i bambini, al secondo posto i malati, al terzo i disabili, al quarto gli anziani. A seguire: chi ha subito catastrofi naturali, chi soffre di disagi psichici, i poveri, le vittime di violenza e di guerre, i disoccupati, i senzatetto, in undicesima posizione le donne, poi le persone sole e i giovani. Arrivano ancora dopo: le popolazioni del terzo mondo, gli adulti, gli uomini, al diciassettesimo posto gli immigrati che precedono i rifugiati e perseguitati politici, i detenuti e gli ex detenuti, le prostitute e, ultimi, i rom.
C’è una classifica per tutto, anche per la carità. Questa emerge dall’indagine promossa dalla Fondazione Casa della Carità di Milano intervistando oltre mille persone tra i 15 e i 29 anni. Ma ognuno, ogni giorno, può confezionarsi per conto proprio una classifica raccogliendo le opinioni della gente per strada, sull’autobus, in coda dal macellaio, o ascoltando qualche brillante dichiarazione di politici o rappresentanti istituzionali.
IMG_0399La ricerca milanese ci fa vedere un’Italia con il “cuore in mano” (22 milioni di uomini, donne, giovani e anziani – 53,6% del totale – danno concretamente una mano a poveri ed emarginati; 9,7 milioni di persone sono impegnate con continuità in opere di volontariato e 8,5 milioni danno regolarmente soldi a una o più organizzazioni che si occupano di carità). Ma il nostro è anche un paese dove la maggior parte della gente (22,6 milioni pari al 54%) si definisce arida, egoista e mediocre nei confronti della carità. Questo per colpa della crisi? Forse. Circa 9,4 milioni gli italiani (23%), infatti, ammettono di “non riuscire più ad aiutare gli altri, avendo gravi difficoltà economiche o non avendo più risorse”. Noi, però, pensiamo che davanti ai problemi della congiuntura si collochi una grave carenza culturale.
“Carità” e “accoglienza degli stranieri” non possono essere una conseguenza del benessere e della prosperità di una città. Così come la povertà e l’integrazione possono essere inquadrati a partire dai bilanci o dalle priorità delle politiche economiche. Se non riusciamo a comprendere che i “diversi” (poveri e stranieri, per esempio) sono una ricchezza per la comunità, possiamo archiviare definitivamente l’ambizione ad essere una società moderna.

Nei giorni scorsi la figlia più piccola di Cécile Kyenge (il ministro all’Integrazione a cui il leghista Calderoli ha rivolto messaggi razzisti), intervistata da “Yalla Italia”, il blog delle seconde generazioni, ha riassunto con poche parole il significato di razzismo: «è pura ignoranza; una persona razzista è una persona che non conosce e ama giudicare senza interessarsi di quello che ha intorno; la cosa migliore per evitare il razzismo sarebbe semplicemente informarsi e avere anche la mente un po’ più aperta». Giulia ha soltanto 17 anni e le pare assolutamente scontato essere in una classe con coetanei di ogni etnia. Terminato il liceo, prima di iscriversi all’università ha deciso di fare la “ragazza alla pari” in giro per l’Europa per imparare una nuova lingua: «vivete in pace, leggete molto, viaggiate molto e forse un giorno scoprirete che essere razzisti è inutile».

La Regione ha aggiornato i numeri sulla presenza degli immigrati in Emilia-Romagna (qui si possono leggere i dati).
In tempo di crisi, di classifiche e di ragioneria, un dato è opportuno evidenziare, senza alcun commento.

Nel 2010 i cittadini stranieri residenti erano 500.585 (11,3% della popolazione); i lavoratori stranieri regolarmente occupati, secondo i dati Istat, risultavano circa 225.000, di cui 194.000 dipendenti (86,1%), 24.500 lavoratori autonomi (l’11,1%) e 6.500 lavoratori parasubordinati (2,8%). Prendendo in considerazione i contributi versati a carico del lavoratore e quelli a carico dell’impresa e le tre diverse aliquote contributive, l’ammontare economico contributivo generato dal lavoro degli immigrati risulta di oltre 857 milioni di euro, dei quali oltre 280 milioni versati direttamente dai lavoratori. Per quanto riguarda l’Irpef (stima comprensiva delle addizionali locali), gli stranieri presenti in Emilia-Romagna nel 2010 hanno versato 474 milioni di euro. Il totale complessivo di gettito fiscale e contributivo ha superato 1,3 miliardi di euro. L’apporto contributivo dei lavoratori immigrati continua ad assumere dimensioni rilevanti, proprio a causa della presenza crescente tra gli occupati nel mercato del lavoro regionale, nonostante la crisi iniziata nel 2008.

photo credit: CRLSE via photopin cc

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