Aule piene, tasche vuote

Con 12 milioni di euro in meno rispetto a cinque anni fa, l’Ateneo di Modena e Reggio Emilia taglia su consumi e personale. «Garantita l’offerta formativa, – spiega il rettore Tomasi – ma Roma intervenga: non può permettere che l’Università scompaia»

Blocco delle assunzioni, meno personale tecnico e amministrativo, professori costretti a rinunciare a ore di ricerca per fare docenza. L’Università italiana sta attraversando tempi duri, durissimi. Negli ultimi anni da Roma sono arrivati finanziamenti inferiori del 15 per cento, in controtendenza rispetto a ciò che succede in casa dei nostri vicini europei, Germania (+20%) e Francia (+6%). Maglia nera delle priorità, il mondo dell’Università in questi anni ha dovuto arrangiarsi per continuare ad offrire una proposta formativa adeguata ai ragazzi intenzionati a proseguire gli studi. Finora il sistema ha retto, ma quanto durerà?

tomasi_minerva_300Un taglio del 20 per cento. «I tagli – racconta il prof. Aldo Tomasi, rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – sono cominciati con la Legge Finanziaria del 2008. Negli ultimi cinque anni il Governo ha ridotto il proprio impegno nei confronti dell’Università da 7 miliardi di euro a meno di 6 miliardi, pari, tenendo conto dell’inflazione, ad un taglio del 20 per cento. L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia è passato così da 100 a 88 milioni di euro di finanziamento con un taglio di “solo” 12 milioni di euro, grazie ai premi raggiunti per le buone perfomance su parametri relativi a ricerca e didattica. Sono stati tagli molto dolorosi, – prosegue il prof. Tomasi – che ci hanno costretti ad una riorganizzazione generale. In Italia nessun’altra istituzione è stata colpita così duramente, far pagare l’Università è stata una scelta precisa di tutti gli ultimi Governi».

Segno meno per assunzioni e ricerca. Politiche di risparmio a 360 gradi, che hanno toccato diversi aspetti, dai consumi energetici al personale. E come spesso accade, sono stati proprio i dipendenti a subire il contraccolpo più pesante, come spiega lo stesso prof. Tomasi: «In primo luogo siamo stati costretti a bloccare le assunzioni. Tutti i dipendenti dell’Università, dai professori al personale amministrativo, hanno dovuto lavorare di più, in particolare ai professori è stato chiesto di aumentare le ore di docenza». A scapito di quelle dedicate alla Ricerca scientifica, anche se il rettore sottolinea che «la Ricerca del nostro Ateneo si mantiene ai primi posti a livello nazionale».

Segno più per offerta e studenti. I professori sono passati dagli 880 di 5 anni fa agli 800 di questo anno accademico, più o meno la stessa sforbiciata (il 10 per cento circa) ha colpito il personale tecnico e amministrativo. «La nostra priorità – prosegue il rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è stata quella di mantenere il più possibile stabile l’offerta formativa, fare in modo che gli studenti non fossero toccati dai tagli. In  questa direzione è andata anche la scelta di non aumentare le tasse universitarie, ma piuttosto di cercare entrate da altre sorgenti, quali fondi di ricerca e conto terzi (lavori per aziende esterne), che comunque non sono riuscite a compensare i tagli». In aumento, seppur di poco, il numero di studenti, passati nell’ultimo quinquennio da 20 mila a oltre 21 mila, segnale che «la proposta formativa mantiene i livelli di 5 anni fa, prima della crisi».

Le (poche) garanzie future. Questo il recente passato. Un capitolo a tinte fosche, che dà poche garanzie per il futuro. «Poche settimane fa la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha reso noto che il Governo ha confermato i tagli, che nel 2014 si aggireranno intorno al 3-4 per cento. Alcuni Atenei italiani sono già in grave difficoltà, non riescono più a far quadrare i conti e rischiano di scomparire. Il Paese non può suicidarsi così, non può permettere che la propria Università scompaia. L’Università di Modena e Reggio Emilia, pur nelle difficoltà, ha garantito un equilibrio per almeno tre anni. Questi – conclude il prof. Tomasi – sono gli anni più difficili dal dopoguerra. Ci siamo impegnati e continueremo a farlo per garantire una buona offerta formativa, chiedendo uno sforzo in più ai nostri docenti per continuare a non far pagare agli studenti il prezzo dei tagli».

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