Anche Modena può diventare “smart”

foto x twitterL’espressione “smart city” è oggi molto in voga. Che cosa si intende con questo concetto, tutto sommato poco definito, e quanto c’è di concretamente attuabile nel breve periodo? Lo abbiamo chiesto a Claudio Forghieri, modenese, direttore scientifico di Smart City Exhibition, punto di riferimento per il confronto sul tema delle città intelligenti. Nel 2012 Bologna ha ospitato la prima edizione della manifestazione e ha registrato la presenza di 4.500 visitatori (altrettanti si sono collegati in streaming).

«Ultimamente l’enfasi sul termine “smart” è stata forse un po’ esagerata, sopratutto a causa della sua genesi commerciale e della forte azione di marketing da parte di grandi aziende – ha spiegato Forghieri -. All’inizio si è affermata una visione un po’ “tecnocentrica” della possibilità di migliorare il contesto urbano, come se la smart city fosse qualcosa che si può comprare. É vero che senza la rete internet, gli smartphone e la sensoristica non si potrebbe nemmeno parlare di smart city, ma l’accento non è più sulle soluzioni tecnologiche. Il ragionamento coinvolge qualcosa di molto più complesso, che impone di mettere al centro i cittadini e la qualità della vita, tanto che oggi si insiste molto anche sul concetto di “smart people”. Le persone sono sempre più autonome nell’usare la tecnologia con una logica di condivisione. Si pensi all’abitudine di postare feedback sulla qualità delle strutture turistiche o della ristorazione. Ciò che è divenuto naturale in quel contesto può avvenire rispetto ai servizi pubblici, alla manutenzione delle strade ecc., con un semplice gesto sul telefonino. Le amministrazioni cominciano a cogliere le opportunità di questo fenomeno e ad avvertire la necessità che le informazioni riguardanti spostamenti, disagi, dati di qualunque tipo vengano trasmesse dai cittadini per essere processate e trasformate in decisioni».

Scendendo nel dettaglio, quali sono gli ambiti in cui l’innovazione si propone di intervenire per rendere l’ambito urbano più smart?
La “smartness” delle città è composta da elementi molto diversi tra loro. Un primo tema è quello dell’efficientamento energetico. L’Unione Europea ha dato vita ad una iniziativa volta principalmente alla riduzione della Co2, attraverso l’aumento dell’efficienza energetica, la creazione di reti energetiche intelligenti (smart grid), nuove soluzioni in tema di mobilità urbana. In questo campo è la sensoristica ad essere protagonista. Per fare un esempio molto banale, si potrebbe citare l’installazione di “lampioni intelligenti” controllabili a distanza e in grado di modulare l’intensità della luce in base all’effettiva necessità. Gli stessi lampioni potrebbero poi essere dotati di video per la sorveglianza e di ripetitori per le reti wi-fi. Nel campo della mobilità le tecnologie potrebbero essere utilizzate per rilevare il traffico e prevenire gli ingorghi.

Efficienza energetica e mobilità sostenibile sembrano già grandi obiettivi. Cos’altro promette di offrire l’approccio “smart” alla vita nelle città?
Il secondo fronte è legato all’attrattività e competitività della città. I contesti urbani e i territori competono gli uni con gli altri per trattenere e possibilmente attrarre investimenti e lavoratori qualificati. Per farlo occorrono servizi alla persona e accesso alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. In questo campo l’approccio “smart” si traduce ad esempio nella creazione di spazi per la nuova imprenditoria come i centri di coworking, dove più soggetti insediano la propria attività creando un network professionale e fruendo di spazi e servizi a costi contenuti.

Un’altra grande promessa è quella del potenziamento dell’elemento partecipativo.
La tecnologia fa saltare alcuni paradigmi della nostra società. La necessità del possesso esclusivo di un bene viene gradualmente meno, e si sviluppano soluzioni “cooperative” che consentono a più persone di godere in comune dell’accesso a beni o esperienze. Le città che in Europa hanno maggiormente sviluppato la riflessione sulla smart city (Manchester, Amsterdam e Stoccolma, ad esempio) hanno sistemi di car sharing, car pooling, bike sharing. Ma ciò avviene anche senza l’intervento pubblico, come nel sito Air B&B che presenta annunci di privati che offrono ospitalità a pagamento nelle proprie abitazioni. Lo fanno milioni di persone al mondo. Molte anche a Modena. La rete attiva meccanismi partecipativi molto più pregnanti di quelli sin ora sperimentati, e ciò consente di affrontare questioni sociali ancora irrisolte.

Alla partecipazione è legato il tema della trasparenza.
Da questo punto di vista è significativa l’esperienza di Chicago, la cui amministrazione sta facendo uno sforzo incredibile utilizzando le tecnologie per informare i cittadini e raccogliere le loro istanze. É il modello open government, in cui l’amministrazione rendere disponibili tutti i dati che la riguardano. Si tratta di dati non strutturati o rielaborati, da cui chiunque può partire per trarre le proprie considerazioni. L’impostazione tipicamente americana ritiene che ciò possa anche generare valore: alcuni set di dati, se rielaborati, possono portare allo sviluppo di applicazioni come ad esempio la mappatura delle zone più pericolose delle città (crimespotting), o il collegamento tra punti di interesse e mezzi di trasporto, e così via. Questo aspetto non può essere trascurato, ma sicuramente è l’accountability il valore più grande del modello. Se esso fosse stato messo in pratica in Italia, certi scandali nostrani non si sarebbero verificati, o comunque sarebbero venuti alla luce subito.

A sentirla parlare sembrerebbe che la “smartness” sia una cosa per città che possono permettersi grandi investimenti infrastrutturali.
Diventare “smart” non è prerogativa delle metropoli. Certo, i costi di alcuni interventi infrastrutturali si giustificano solo in grandi realtà. Ma da questo punto di vista Modena non è posizionata male nel contesto nazionale, e ciò grazie alla partecipazione alla rete Lepida della Regione Emilia Romagna, che connette le principali città della regione tramite fibra ottica. Però diverse zone della provincia soffrono ancora di un grave digital divide su cui bisognerebbe intervenire presto.
La sensoristica invece, al centro di molte soluzioni per l’efficienza energetica e la mobilità, in realtà è accessibile a costi abbastanza contenuti, ma la connessione alla banda larga è un presupposto necessario.
Occorre invece sottolineare che la partecipazione, fattore cruciale nello scambio amministrazione-cittadini, ha una forte connotazione culturale che non si può rinvenire ovunque. Modena invece ha già una cultura radicata in tal senso e grazie a questo “capitale sociale” sarebbe la candidata ideale a diventare una città laboratorio. Lo ha fatto Santander in Spagna: nel momento in cui ha predisposto il proprio piano strategico pluriennale ha scelto di puntare sulla cultura tecnologica. Grazie agli importanti finanziamenti comunitari che è riuscita ad ottenere sta realizzazione una piattaforma di sensori in tutta la città che le aziende possono utilizzare per testare le proprie soluzioni. La scommessa è che ciò faccia nascere imprese e posti di lavoro. Certo i risultati si potranno misurare solo tra 5 o 10 anni. Modena potrebbe connotarsi per la forte tradizione di coinvolgimento nei processi decisionali e di reattività digitale. É un capitale su cui si potrebbe costruire molto se si riuscisse a fare un salto generazionale e tecnologico.

Siamo in tempi di spending review. Dove si trovano le risorse?
Sono stati stanziati diversi fondi sia da parte dell’Unione Europea che da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca. Anche la Regione Emilia Romagna si è dimostrata molto attiva, specialmente col piano telematico regionale (PiTER). Ma non è necessario che tutti i costi vengano sostenuti dal pubblico. In questo settore l’integrazione pubblico-privato rappresenta un modello che va perseguito, anche se funziona meglio quando l’utilità generata è facilmente misurabile in termini economici, come ad esempio nel campo dell’efficientamento energetico degli edifici.

a cura di
Filippo Rossi

2 risposte a “Anche Modena può diventare “smart””

  1. Molto interessante, e.. finalmente se ne parla anche a Modena!
    Faccio riferimento al concetto di “smart people sempre più autonome nell’usare la tecnologia con una logica di condivisione” e segnalo questa interessante esperienza di partecipazione, a costo (parrebbe) molto contenuto per la PA e dall’alto tasso di coinvolgimento del cittadino.
    Si chiama “decoro urbano – we du” e, citando dal sito stesso, è “un servizio 2.0 per una cittadinanza attiva, che consente di inviare, tramite smartphone e sito, segnalazioni riguardanti situazioni di degrado urbano. Al contempo è uno strumento per l’Amministrazione Pubblica per monitorare il territorio e o per comunicare al cittadino le opere d’intervento”.
    Iniziative di questo tipo dovrebbero balzare agli occhi di una PA smart e diventare in breve tempo uno strumento di utilizzo corrente.

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