Denaro nascosto

coccodrilloNon ho capito bene cosa vuol dire “denaro bruciato”. Non sono mai stato un economista, ho dribblato penosamente all’Università l’esame di economia. Forse è per questo che non capisco. O forse, mi viene questo dubbio: non esiste “denaro bruciato”, ma “denaro nascosto”. E non parlo di paradisi fiscali, né di guadagni in nero. Certo, sono i primi della lista e mi piacerebbe che si attaccassero queste roccaforti senza tanta paura. ma cane non mangia cane e chi deve occuparsene, spesso vive una sorta di conflitto di interessi, diretto o indiretto.

Il denaro nascosto è quello che smette di girare e si ferma nel patrimonio personale. Un patrimonio anche alla luce del sole, perché palazzi, alberghi, campi, cantieri, auto e gioielli sono per natura esposti al sole.
Il denaro nascosto è quello che ha prima aumentato i patrimoni personali, poi non è stato messo nell’investimento e nel mantenimento di un’impresa. Non nego all’industriale o all’artigiano che ci mettono del proprio il diritto a ripagarsi e godere di sforzi, rischi e sacrifici. Ma non accetto che i patrimoni personali aumentino, si ricorra alla cassa integrazione, si ricostruisca la catena produttiva e si riparta sacrificando posti di lavoro (già mal pagati) e usando interinali, cooperative di servizi o contratti a chiamata. E, magari, si dilatino i pagamenti perché “c’è crisi”.

Il denaro nascosto è quello che si è fermato perché la paura di rivedere un decimo del proprio stile di vita è più grande della preoccupazione di azzerare quello di cento altri.
Non sento parlare di distribuzione della ricchezza, fra le mille ricette proposte. Non sento parlare di una proporzione che deve esistere fra gli stipendi di impiegati e operai e quelli di dirigenti e manager.
La distribuzione della ricchezza è riconoscere una retribuzione che abbia dignità. E sono convinto che gli spazi ci siano. E il paradosso è che la maggioranza che boccheggia non riesce a ribaltare la minoranza del denaro nascosto.
Ma prima di una rivoluzione, esiste un’economia attenta, una spesa consapevole, un’azione quotidiana mirata.

Se la spesa alla spina fosse “hipster”

hip

Ecco un fenomeno di cui si sentiva parlare da anni ma che, come dire… non attecchiva: la spesa alla spina! Finalmente cominciano a farsi strada anche a Modena negozi che propongono merce da vendersi a peso, senza imballaggi. Ci siamo ormai abituati ai distributori di latte crudo, li troviamo in tutta la provincia, specialmente nei pressi di aziende agricole casearie.

C’è poi l’acqua: sono sempre più i Comuni modenesi che implementano il distributore pubblico di acqua depurata da spillarsi gratuitamente previa collezione di bottiglie vuote… Altri prodotti facilmente reperibili in modalità sfusa, e non solo nei grandi centri commerciali, sono i detergenti. Si possono trovare rivendite di detersivi e saponi sfusi in città, ma anche a Formigine, Nonantola, Carpi, Mirandola. Sul sito web  www.washmaps.com si può accedere a una vera mappa di punti vendita di diverse marche, tutti accomunati dal modo di vendere i detersivi: alla spina! Ancora un prodotto spillato volentieri dai consumatori è il vino, che viene presentato nella versione sfusa come alternativa vantaggiosa a chi desidera risparmiare.

A Modena i locali che offrono questa possibilità sono più di uno e cercano di conquistare la clientela mettendo a disposizione qualche coperto per gustare aperitivi.
Un esempio? Recatevi alla “Vinoteca” in viale Ciro Menotti, ha aperto da poco ma ha già conquistato la sua piccola fama. Molti altri alimenti senza imballaggio, pasta, cereali, legumi, thè, caffè, olio, possono essere acquistati nei negozi che promuovo l’alimentazione biologica e senza conservanti. Un esempio è NaturaSì, di cui a Modena esistono più di un punto vendita.

Sarebbe auspicabile che tale fenomeno diventasse per tutti noi un’abitudine… allora risparmieremmo centinaia di kg di rifiuti, anche se… gireremmo con l’automobile piena di bottiglie, sacchetti e contenitori di ogni tipo per riempirli al primo distributore!
Un po’ scomodo… credo che l’unica possibilità affinché si realizzi il sogno della spesa alla spina, sia che essa diventi di moda! Se sono diventate “cool” le shopping bag  possono diventarlo anche le bottiglie per il detersivo!
C’è da augurarsi che gli studenti squattrinati adottino la spesa alla spina come caratteristica distintiva e di autoaffermazione. Se poi, tra loro, ad abbracciare l’avanguardistico modo di acquistare beni di prima necessità, ci saranno i cosiddetti “hipster”… l’ascesa di tale buona ed ecologica abitudine sarà spianata, anzi spillata.

Hipster è un’etichetta sociale nata negli anni 40 per indicare giovani bianchi di classe sociale media, appassionati di jazz e bebop. Nel secondo dopoguerra il movimento era legato alla beat generation: anarchico e decadente. In tutte le epoche gli hipster si sono caratterizzati per la volontà di distinguersi dai comportamenti conformistici, ma si sono ripetutamente affermati come precursori di nuove mode.
Oggi gli hipster sono generalmente ragazzi di classe medio-alta, istruiti, che abitano nei centri urbani, si interessano alla cultura alternativa, parlano fluentemente inglese e vestono con uno stile dal sapore retrò un po’ sgangherato. L’hipster postmoderno fa acquisti nei negozi di abiti usati, mangia cibo da agricoltura biologica, preferibilmente a km zero, solitamente è vegetariano o vegano, preferisce consumare birra locale oppure la produce in casa… insomma gli manca solo la spesa sfusa! 

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Piccolo è bello

Maggio 2013 a Modena vuol dire Equosolidale, etico, sostenibile. Tanti gli appuntamenti promossi dalla Cooperativa sociale Oltremare che ha svolto l’assemblea dei soci il 21 maggio, con la testimonianza di due produttori indiani dell’azienda Bodhi. Presentato anche il libro di Chiara Spadaro “Piccolo è meglio”, 20 storie di piccole e grandi imprese italiane in cui le dimensioni, le persone e la qualità della vita contano.

Rigenerare la città e trasformare i modenesi

Stop al consumo del suolo agricolo, congelamento di ogni nuova previsione insediativa fino all’adozione del PSC, costruzione e aggiornamento di un “Atlante del consumo del suolo” che possa essere consultato da tutti i cittadini. Puntare ai “poli culturali”, strategici per il futuro dello sviluppo sostenibile della città. Rigenerare il tessuto produttivo, proponendo uno sviluppo che pur garantendo benessere alle persone e alle famiglie sia equo e sostenibile in particolare puntando sul contenimento della bolletta energetica per le imprese. Rigenerare il mercato immobiliare a Modena che abbia come priorità il contrasto ad ogni forma di iniquità e di speculazione. Ripensare ai luoghi di aggregazione e alla sicurezza urbana, avendo come obiettivo la realizzazione di una città per tutti, accogliente e includente. Difendere la sostenibilità ambientale come scelta strategica e trasversale ti tutte le politiche di governo della città.

Cinque idee e altrettante proposte concrete per la redazione del nuovo Piano Strutturale Comunale di Modena. Cinque documenti su Cultura, Economia, Società, Ambiente e Territorio, che si possono sintetizzare nello slogan “Rigenerare la città, trasformare i cittadini”. È quanto è emerso dal lavoro svolto negli incontri del Laboratorio di politiche urbanistiche “facciaMOlacittà”, uno strumento partecipativo autonomo che si affianca al percorso promosso dal Comune di Modena.
Il documento verrà consegnato ai modenesi e agli amministratori del Comune di Modena, martedì 11 giugno.

In sintesi i capitoli del documento, frutto dei temi affrontati nei gruppi di lavoro.

TERRITORIO – coordinatore Carla Ferrari
E’ necessario che il PSC assuma l’obiettivo del consumo “zero” di suolo, sia delle aree ancora libere da edificazione all’interno della città costruita che di quello agricolo. Tutte le politiche insediative e di trasformazione del nuovo PSC devono essere ricondotte all’interno della città costruita, nelle aree dismesse (aree militari, aree ferroviarie, aree industriali) o in via di dismissione.
In una città con le dimensioni di Modena, ci sono tutte le condizioni per operare interventi di rigenerazione urbana e riqualificazione edilizia, riconoscendo centralità agli spazi pubblici, assegnando un ruolo innovativo alle funzioni commerciali e di servizio, rendendo la città più accogliente e solidale, energicamente efficiente, in grado di rispondere alla domanda di edilizia residenziale sociale, di servizi ai cittadini e alle imprese, di qualità, bellezza, sicurezza ed efficienza degli spazi urbani.

CULTURA – coordinatore Eriuccio Nora
Nessun Piano Urbanistico o Piano d’Azione, anche il migliore, è in grado di perseguire i suoi obiettivi efficacemente se non è condiviso e non è in sintonia con gli abitanti della città. La sua caratteristica vincente sarà data dalla qualità culturale, che consentirà di far dialogare la storia con il presente, l’identità con le differenze, il locale col globale, il particolare col tutto, l’empatia con la scienza, la tradizione con la creatività, la innovazione col futuro, la competitività con la cooperazione. Partiamo o ripartiamo dalla Cultura.

ECONOMIA – coordinatore Gianpietro Cavazza
Rigenerare il manifatturiero: per aumentare la capacità competitiva delle imprese si potrebbero abbassare alcune voci di costo tra le quali, oltre alla burocrazia, occupa un posto di rilevo la bolletta energetica (quindi educare a forme di risparmio energetico, favorire lo scambio di energia sul posto, incentivare sistemi di stoccaggio di energia, favorire la costruzione di reti locali di produzione e consumo di energia indipendenti dalla rete nazionale, incentivare la costituzione di cooperative di produttori/consumatori, correlare l’Imu alla classe energetica degli edifici e nel caso degli edifici abitativi alla condizione economica familiare).
Rigenerare il mercato immobiliare. La programmazione territoriale potrebbe: eliminare il consumo di suolo agendo direttamente sul patrimonio abitativo concentrando, con benefici fiscali, l’attività edilizia sulle aree già costruite; evitare di congestionare ulteriormente i tessuti urbani esistenti e anzi migliorandone i valori ambientali; prevedere interventi di densità misurata e ad alto valore ambientale nella riutilizzazione delle cosiddette “aree dismesse”; facilitare la rigenerazione e il cambio d’uso delle abitazioni per ristrutturazioni funzionali alle cure domestiche abbassando/eliminando gli oneri comunali.

SOCIETÀ – coordinatore Teresa Fiorito
L’obiettivo è di rendere davvero Modena una città per tutti, ma come intervenire? Ri-pensando alla scala urbana come quella del quartiere. Si richiede alla Pubblica Amministrazione il coinvolgimento diretto dei diversi attori sociali, attraverso una propria rappresentanza in tutte le fasi della progettazione, promuovendo misure volte al coinvolgimento sociale ed alla partecipazione inclusiva, ma dove, dopo la fase dell’ascolto dei bisogni, vi sia la risposta attraverso la condivisione di conoscenza sui temi dell’innovazione e della sostenibilità urbana, aperto ai contributi del mondo istituzionale e della ricerca, dell’impresa e della società civile.

AMBIENTE E MOBILITÀ – coordinatore Paolo Silingardi
I fattori ambientali critici sono riconducibili per sintesi ad alcune aree definite che coinvolgono beni collettivi primari come: Acqua, Aria, Suolo, Rifiuti, Energia. Ognuno di questi ambiti, strettamente integrati fra loro, esprime delle criticità, degli indicatori e delle priorità di intervento per ottimizzare e migliorare le politiche ambientali, della mobilità, di governo del territorio finalizzate al raggiungimento della sostenibilità e alla tutela della salute e del benessere delle persone.
La sostenibilità, obiettivo trasversale a tutte le politiche di governo, è oggi più che mai una scelta strategica per raggiungere e garantire competitività e creare attrattività e lavoro nel territorio.

Con i giovani sforzo comune per una città migliore

«Incontro spesso giovani della nostra città. Il “lavoro” che faccio – assessore alle Politiche sociali, sanitarie ed abitative del Comune di Modena – mi porta a contatto con le persone di tutte le età, e non solo con persone in difficoltà. Credo che stia crescendo sempre di più la distanza tra i linguaggi dei giovani, i loro interessi, le loro mille diversità, e il linguaggio delle istituzioni. Che resta spesso formale, monocorde, poco incisivo rispetto agli standard della comunicazione serrata di oggi, in ogni caso lontano e difficile da penetrare per chi non è “addetto ai lavori”».

Assessore Francesca Maletti, questa “preoccupazione” è emerso in maniera chiara nei risultati del sondaggio La Modena che vorrei che il Centro culturale F.L. Ferrari ha rivolto ai giovani under 35.
Non mi ha stupito riscontrare che, secondo il sondaggio, atti politici e di indirizzo del comune, in generale, e in particolare strumenti come il PSC (Piano Strutturale Comunale) restano ignoti ai più. Anche se se ne parla molto sui giornali, o nelle pagine Facebook degli “appassionati” al tema…
Non è un dato da affrontare a cuor leggero, se si considera che il PSC è un atto che ha l’ambizione di orientare lo sviluppo della città nei prossimi decenni. Come riporta il sondaggio stesso, “per il 58,6% degli intervistati il Psc in via di definizione a Modena (per il quale si è discusso ampiamente sui mezzi di comunicazione a seguito di un vivace dibattito politico) non è conosciuto”.
Un dibattito così importante, ignoto a 6 giovani modenesi su 10, genera un vuoto, un deficit di controllo democratico che non possiamo sottovalutare.

Il Comune in cosa si sente coinvolto? Cosa può fare?
Certo. Si può provare a lavorare ancora di più sulla informazione istituzionale, sui percorsi partecipativi, sugli strumenti di coinvolgimento, anche più efficaci rispetto a quanto fatto fino ad oggi. Ma non basta. Il punto è ricostruire un clima di fiducia, e quindi di attenzione, tra i cittadini e la politica. E’ il problema del nostro paese in questo momento.

Come crede sia possibile riuscire in questo impegno?
In primo luogo, non buttando a mare quanto c’è di buono nella nostra città e in Italia, in modo da non alimentare solo la sfiducia e la rassegnazione, ma da individuare punti fermi, punti positivi da cui ripartire. Nel sondaggio, la qualità della vita a Modena è giudicata positiva da oltre il 65% degli intervistati; il 64% di loro si sente legato a Modena anche per i prossimi anni, e addirittura il 63% dichiara di essere disposto ad impegnarsi direttamente per contribuire al miglioramento della vita a Modena.
Come assessore, ma ancor prima come cittadina, penso che questo ci offra un punto di partenza: il senso di appartenere ad una comunità, il desiderio di farne parte e di contribuirvi anche in futuro non si è perso, anche in questi anni difficili di crisi e di buia eclissi della politica, di pessimi esempi.

Il sondaggio non è stato un attacco all’operato dell’amministrazione comunale. Anzi, ha permesso di mettere in evidenza l’interesse e la voglia di partecipare da parte dei più giovani.
Infatti credo che questo punto sia molto importante: in tanti non hanno perso il gusto per la politica, che è poi molto semplicemente il gusto di impegnarsi nelle cose comuni, quelle che riguardano tutti i cittadini, per farle andare meglio. Non credo che esista l’“antipolitica”. Credo anzi che oggi più che in passato sia fortissima la domanda di politica, di buona politica, di partecipare, di capire, di poter dare una mano.
Per fare questo, come per ogni cosa importante, serve uno sforzo e un po’ di fatica: quella di confrontarsi, di informarsi, di non restare alla superficie dei giudizi affrettati o banali. Temi come quelli della casa, dello sviluppo, della tutela dell’ambiente e del territorio non si liquidano con uno slogan o una battuta: richiedono competenza e comprensione della complessità, e insieme tanta apertura alla innovazione, al cambiamento.

Per avvicinare le persone che cosa possono fare le istituzioni?
Il compito delle istituzioni, che sento anche mio, è quello di aprirsi molto di più, di far circolare le informazioni, di dare opportunità di incontro e di confronto: e in questo senso il sondaggio è un ulteriore invito al cambiamento, a migliorare il mio modo di essere “amministratrice”, e a continuare su quella strada dell’incontro e delle porte aperte che cerco, con tanti limiti, di portare avanti.
Mi auguro che tutti, specie i più giovani, sappiano da parte loro coltivare e tenere viva la curiosità, l’interesse e la partecipazione alla città che abitano, dando voce a come vogliono che sia e come vorrebbero che fosse in futuro. Abbiamo bisogno di questa forza, di condividere con loro le priorità per la nostra città, evitando conflittualità su progetti non partecipati e scegliendo il registro della progettualità condivisa, dello sforzo comune, per una città che sia migliore e sempre più ricca di risorse vive e creative.

Ci si sporca di vita

«Per fortuna dopo tanto spavento siamo riusciti a ritrovarci tutti ed insieme abbiamo fatto colazione con pizza, biscotti e latte. Vorrei che il terremoto non venisse mai più!». Davide della 3a B a San Felice sul Panaro, ricorda così la scossa del 20 maggio 2012 che – sicuramente – gli ha sconvolto la vita. Come dimostrano anche recenti studi, i bambini nella zona del sisma soffrono di ansia, depressione e stress post traumatico il doppio rispetto ai coetanei.

Noi abbiamo visitato il centro di Terapia Integrata per l’Infanzia “La Lucciola”, una struttura di riabilitazione che accoglie bambini e ragazzi nella fascia d’età 3-18 anni con disabilità fisiche, mentali e multiple. E’ passato quasi un anno dal terremoto di Maggio 2012 che ha creato gravi danni alle strutture del centro. Gli spazi all’interno della Villa di Stuffione di Ravarino, che ne era la sede dal 1995, sono ancora in gran parte inagibili, per cui le attività proseguono in casette prefabbricate.
“La Lucciola” nasce come centro sanitario nel 1987, ma il progetto getta le sue radici già negli anni ’70, nell’esperienza professionale della dottoressa Lamacchia e del dottor Bencivenni. Le sue modalità terapeutiche nascono dall’esercizio di tecniche sia nell’ambito riabilitativo che in quello psicoterapico. Sulla base dei risultati ottenuti nel corso degli anni è maturata la riflessione su come fosse possibile ripensare le competenze cliniche in realtà di vita, tradotte in spazi e oggetti.
La trama su cui si inseriscono le attività è la conoscenza del mondo interiore del bambino, creando un setting psicoterapico inserito nell’esperienza.

«Ci si sporca di vita», come asserisce la dottoressa Lamacchia, ma con rigore tecnico e professionale.
La terapia non prevede il tradizionale accostamento di più sedute individuali di trattamento, ma un’organizzazione centrata su gruppi di bambini. In un’offerta come questa lo stimolo al cambiamento interiore si riflette nei rapporti e nella vita dei ragazzi. Le azioni quotidiane permettono di prendere coscienza del tempo e delle cose, e sono competenze facilmente trasferibili nel contesto familiare. Il pranzo assume un ruolo centrale. Ogni suo atto deve essere curato con attenzione.

«L’adulto deve conoscere con precisione le capacità di ogni bambino e predisporre come offrirgli cibo e acqua in modo da stimolare piacere, fiducia, consapevolezza di sè e autonomia senza provocare ansia e frustrazioni eccessive. L’estetica della tavola svolge un ruolo importante nello sviluppo del bambino. Favorisce la disponibilità di corpo, mente, cervello a mettersi in contatto col mondo esterno e con il mondo interno». Il piacere dell’orto, la cura degli animali, il basket, la musica, il teatro e la cura del corpo negli ultimi mesi si sono intrecciate con la ricostruzione della sede, a cui hanno partecipato attivamente anche i ragazzi.
I lavori sono in divenire e richiederanno denaro, tempo e fatica. L’associazione però, grazie ad una commistione di auto-aiuto e della generosità altrui sta man mano recuperando alcuni spazi, il che aggiunge concretezza alla speranza di un buon esito del recupero. La ricostruzione procede.