Se la piazza si rivolta

Dal comitato No Tav al No Gas di Rivara, dal laboratorio Modenattiva ai comitati di quartiere, c’è un’esigenza di partecipazione che viene dal basso e, anche grazie alla forza dei nuovi media, si sta sviluppando nel nostro Paese.

«I comitati – spiega il professor Gregorio Arena, docente di diritto amministrativo all’Università di Trento e autore del libro Cittadini attivi – sono un’espressione concreta della democrazia partecipativa deliberativa che è diffusa in tutto il mondo e che affianca e integra la democrazia rappresentativa». Non la sostituisce ma la rafforza, la completa insomma: i comitati sono la punta dell’iceberg, la parte visibile di un fenomeno che, purtroppo, la politica tende sempre più spesso a leggere come una minaccia o un indebolimento del proprio potere.

«Invece queste forme partecipative – chiarisce Arena, che è anche fondatore e presidente del Laboratorio per la sussidiarietà (www.labsus. org), una rivista online che promuove la cittadinanza attiva, responsabile e solidale – non nascono come un’espressione di sfiducia verso gli amministratori della cosa pubblica, ma come volontà dei cittadini di prendere parte, appunto, alle decisioni che riguardano la collettività. È come se si dicesse a chi guida la comunità: “io ti ho eletto perché la amministri, ma su questa decisione, che ha un impatto forte sul futuro mio e dei miei figli, mi riprendo la delega”». Il cittadino chiede di essere coinvolto sulle decisioni che lo riguardano, il problema della politica, semmai, sta nel non aver capito che si tratta di una sana richiesta di partecipazione che non mette in discussione la legittimità della delega: «essa è riconosciuta per l’ordinario, ma per ciò che è straordinario occorrono passaggi ulteriori», precisa il docente. In Francia ad esempio esiste una legge sul “débat public” e una commissione che opera per applicarla, incaricata di vigilare sul rispetto della partecipazione: nessuna opera pubblica rilevante per l’ambiente e la vita della collettività viene eseguita senza una adeguata consultazione dei cittadini.

Il nostro sistema è fondato sulla delega, vista come un ‘qualcun altro si prenderà cura’, mentre invece servono “comunicazione, procedure, regole nuove”. Tanto più in questo contesto di forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini: anche questo squilibrio produce nelle comunità la necessità di trovare canali diversi da quelli della politica per far circolare le informazioni. Il web, e i social network in particolare, hanno favorito lo sviluppo dei comitati, da una parte creando luoghi di diffusione delle informazioni e di discussione, dall’altra fungendo da collegamento tra gruppi anche fisicamente distanti. “Eppure – precisa il docente – c’è anche un problema di controllo dell’informazione. Abbiamo potuto sperimentare come la scienza non sia neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che fa fatica a fidarsi”. E tende a cercarsi un po’ dove vuole le informazioni a sostegno della propria posizione.

«In Italia rileviamo la fatica, talvolta l’incapacità, da parte dei decisori pubblici di coinvolgere i cittadini di fronte alle opere pubbliche, ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati si ribellano». E così spesso capita che i comitati si formino dopo o durante l’esecuzione di un’opera rilevante per la comunità. «Non si può smettere di ascoltare le istanze che vengono dai cittadini, anzi, negli anni in cui un politico governa ha il dovere di ascoltare.

Questo – osserva Arena – non implica che poi si faccia come chiedono i cittadini, la sfida sta nel dimostrare la validità di certe decisioni. Anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono informare, perché è ovvio che la comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore o una via di comunicazione – va adeguatamente risarcita». Mancano dunque anche dei canali riconosciuti e riconoscibili per dialogare sul serio, per far intersecare i comitati e la politica prima che questo rapporto sfoci nella violenza. Accettare la fatica di coinvolgere oppure tenersi le piazze in rivolta: la scelta sta tutta lì ma la politica italiana sembra non averlo ancora compreso.

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