Percorrere rotte nuove

Le risposte alla crisi economica perdurante, lo sappiamo, sono poche e confuse. In questa nebbia le imprese navigano a vista, ma se il condottiero è abile, se l’equipaggio lo sostiene – e se la nave è ben costruita – è possibile non affondare. Percorrendo rotte nuove.
Per le aziende in difficoltà, metodi alternativi alle soluzioni più classiche – primi tra tutti gli interventi di integrazione salariale, ma anche delocalizzazioni, licenziamenti, chiusure – ci sono sempre stati, se si volevano usare; ultimamente qualche passo in più è stato fatto nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, che offre oggi nuovi strumenti a disposizione degli imprenditori più lungimiranti e, nel confronto tra esperienze diverse, occasioni per sperimentare, aggiornare, raffinare percorsi che siano poi a disposizione di altri.
È lo scopo, ad esempio, del Club Rsi di Modena (www.comune.modena. it/clubrsi), un laboratorio di idee finalizzato al miglioramento aziendale, dell’ambiente e del territorio. Cioè alla responsabilità sociale d’impresa, che diventa segno di distinzione commerciale e addirittura una leva competitiva. Nel Club nascono e si condividono buone pratiche e le aziende elaborano progetti da mettere a servizio di tutti: in quattro anni sono state un centinaio le proposte concrete, nel 2011 erano 47 le realtà inserite, tra grandi e piccole e medie imprese, per un totale di 10 settori industriali e di servizi rappresentati. “L’ascolto, il dialogo tra i diversi livelli dei collaboratori di un’azienda era in auge già negli anni Settanta”, spiega Walter Sancassiani, coordinatore tecnico del Club modenese, amministratore del centro di ricerche Focus Lab e tra i primi professionisti a livello nazionale ad occuparsi della promozione e sperimentazione di pratiche di progettazione partecipata. “Vi erano ad esempio i circoli di qualità, ovvero gruppi di lavoratori che si incontravano con il management per discutere e proporre azioni migliorative, erano strumenti di confronto che permettevano di andare al di là dei rapporti sindacali più tradizionali. Con la crisi però – precisa – emergono due macro scuole, due modus operandi che rimettono in discussione queste relazioni: da una parte rimane il rapporto di tipo classico e poco innovativo che sceglie, di fronte alle difficoltà, le scorciatoie e il non coinvolgimento di tutta la struttura aziendale; dall’altra l’imprenditore che si fa in quattro per non avvalersi degli strumenti statali e vive in una dimensione di reciproca responsabilità il rapporto con i dipendenti”.
Vi sono stati vari esempi, anche sul territorio, di dirigenti che si sono autoridotti lo stipendio per non mettere in difficoltà l’azienda e per dare respiro al personale, oppure si è assistito alla sperimentazione di modalità lavorative a rotazione che, se applicate in maniera corretta e non dequalificante, permettono ai dipendenti di aggiornare le proprie competenze e di acquisire maggiore consapevolezza del mestiere dei colleghi, con la conseguenza di un miglioramento organizzativo. Sono piccoli passi che aprono la strada a un metodo per affrontare la crisi che sia più partecipativo e democratico.
Nel periodo di difficoltà di alcune aziende, in accordo con la proprietà, i dipendenti in esubero hanno partecipato ad azioni di volontariato che hanno avuto una significativa ricaduta sul territorio e sulla qualità di vita degli stessi lavoratori; oppure, ma sono ancora rari sul piano italiano, gruppi di dipendenti sono riusciti a rilevare l’attività in crisi costituendosi in cooperativa. È quindi apprezzabile che recentemente sia stata da più parti richiamata l’importanza di iniziative legislative intese a favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione delle imprese.
“Da qui – chiarisce Walter Sancassiani – si entra nell’orizzonte del cosiddetto welfare aziendale: occorre rivedere quelle garanzie che si davano per scontate per capire invece come aprirsi a soluzioni nuove”. Buoni spese, convenzioni e voucher, progetti di conciliazione famigliare, possono essere forme di coinvolgimento del personale nella dimensione aziendale. Gestiti direttamente e in maniera personalizzata, consentono di far fronte alle difficoltà degli enti locali contribuendo al miglioramento della qualità di vita e al mantenimento del potere d’acquisto forse più di molte forme classiche di welfare. E responsabilizzano i dipendenti che si sentono maggiormente coinvolti nell’andamento dell’azienda.
“Gli strumenti di partecipazione – precisa Sancassiani, che da 20 anni gestisce progetti di sviluppo locale orientati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica ed è tra i promotori della Scuola di alta formazione per la progettazione partecipata – permettono di salvaguardare l’azienda nei momenti di criticità e di emergenza, ma non possono rilanciare un’impresa destinata a fallire: presupposti per un’azienda sana sono prodotti buoni, strumenti finanziari adeguati, una buona organizzazione commerciale”.
E se le premesse ci sono, quella di utilizzare gli strumenti partecipativi sembra essere una strada percorribile. Accorgendosi che non basta l’apertura e la disponibilità dell’imprenditore: occorre imparare a coinvolgere i dipendenti, scardinare vecchi tabù e ridurre le distanze. Perché, conclude Sancassiani, “la responsabilità sociale d’impresa riguarda tutti, dipendenti compresi”.

Se la piazza si rivolta

Dal comitato No Tav al No Gas di Rivara, dal laboratorio Modenattiva ai comitati di quartiere, c’è un’esigenza di partecipazione che viene dal basso e, anche grazie alla forza dei nuovi media, si sta sviluppando nel nostro Paese.

«I comitati – spiega il professor Gregorio Arena, docente di diritto amministrativo all’Università di Trento e autore del libro Cittadini attivi – sono un’espressione concreta della democrazia partecipativa deliberativa che è diffusa in tutto il mondo e che affianca e integra la democrazia rappresentativa». Non la sostituisce ma la rafforza, la completa insomma: i comitati sono la punta dell’iceberg, la parte visibile di un fenomeno che, purtroppo, la politica tende sempre più spesso a leggere come una minaccia o un indebolimento del proprio potere.

«Invece queste forme partecipative – chiarisce Arena, che è anche fondatore e presidente del Laboratorio per la sussidiarietà (www.labsus. org), una rivista online che promuove la cittadinanza attiva, responsabile e solidale – non nascono come un’espressione di sfiducia verso gli amministratori della cosa pubblica, ma come volontà dei cittadini di prendere parte, appunto, alle decisioni che riguardano la collettività. È come se si dicesse a chi guida la comunità: “io ti ho eletto perché la amministri, ma su questa decisione, che ha un impatto forte sul futuro mio e dei miei figli, mi riprendo la delega”». Il cittadino chiede di essere coinvolto sulle decisioni che lo riguardano, il problema della politica, semmai, sta nel non aver capito che si tratta di una sana richiesta di partecipazione che non mette in discussione la legittimità della delega: «essa è riconosciuta per l’ordinario, ma per ciò che è straordinario occorrono passaggi ulteriori», precisa il docente. In Francia ad esempio esiste una legge sul “débat public” e una commissione che opera per applicarla, incaricata di vigilare sul rispetto della partecipazione: nessuna opera pubblica rilevante per l’ambiente e la vita della collettività viene eseguita senza una adeguata consultazione dei cittadini.

Il nostro sistema è fondato sulla delega, vista come un ‘qualcun altro si prenderà cura’, mentre invece servono “comunicazione, procedure, regole nuove”. Tanto più in questo contesto di forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini: anche questo squilibrio produce nelle comunità la necessità di trovare canali diversi da quelli della politica per far circolare le informazioni. Il web, e i social network in particolare, hanno favorito lo sviluppo dei comitati, da una parte creando luoghi di diffusione delle informazioni e di discussione, dall’altra fungendo da collegamento tra gruppi anche fisicamente distanti. “Eppure – precisa il docente – c’è anche un problema di controllo dell’informazione. Abbiamo potuto sperimentare come la scienza non sia neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che fa fatica a fidarsi”. E tende a cercarsi un po’ dove vuole le informazioni a sostegno della propria posizione.

«In Italia rileviamo la fatica, talvolta l’incapacità, da parte dei decisori pubblici di coinvolgere i cittadini di fronte alle opere pubbliche, ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati si ribellano». E così spesso capita che i comitati si formino dopo o durante l’esecuzione di un’opera rilevante per la comunità. «Non si può smettere di ascoltare le istanze che vengono dai cittadini, anzi, negli anni in cui un politico governa ha il dovere di ascoltare.

Questo – osserva Arena – non implica che poi si faccia come chiedono i cittadini, la sfida sta nel dimostrare la validità di certe decisioni. Anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono informare, perché è ovvio che la comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore o una via di comunicazione – va adeguatamente risarcita». Mancano dunque anche dei canali riconosciuti e riconoscibili per dialogare sul serio, per far intersecare i comitati e la politica prima che questo rapporto sfoci nella violenza. Accettare la fatica di coinvolgere oppure tenersi le piazze in rivolta: la scelta sta tutta lì ma la politica italiana sembra non averlo ancora compreso.