Appunti di una volatrice seriale

L’esperienza tragicomica di chi, praticamente una volta alla settimana, prende l’aereo da Bologna, per poi volare a Londra. Un articolo di Marianna Sautto.

Voi quante volte avete volato da aeroporti dell’Emilia Romagna? Io davvero tante, facciamo sei voli al mese, praticamente quasi sempre da Bologna.
Qualche settimana fa mi sono imbattuta in una serie di articoli ed interviste dai contenuti tecnico-strategici-programmatici e chi più ne ha più ne metta, sugli aeroporti dell’Emilia Romagna. Ecco. Diciamo che mi sono ritrovata a pensare a ciò che vedo io da “formichina” rispetto alla vision dei giganti che stanno nella stanza dei bottoni.

Cercherò di farvi una sintesi dei contenuti chiave di ciò che ho letto.
L’aeroporto Marconi di Bologna ha visto un significativo aumento in termini di traffico passeggeri nel 2016 e punta ad un traffico di 10 milioni di persone nel 2020; ha ricevuto il “welcome chinese”, il riconoscimento da parte delle autorità cinesi come aeroporto idoneo, in base a determinate caratteristiche, ad “accogliere” utenti cinesi (riconoscimento, in Italia, avuto solo da Roma Fiumicino), consacrando così l’apertura al Far East; il PRIT 2025 (Piano Regionale Integrato Trasporti) delinea il ruolo di hub internazionale per il Marconi di Bologna, per il Verdi a Parma la funzione di scalo cargo e per il Fellini a Rimini il polo di riferimento turistico per i charter; nel 2019 è prevista l’inaugurazione del People Mover, un monorotaia che collega in soli 7 minuti la stazione ferroviaria AV con l’aeroporto di Bologna.

Fantastico, no?! Un quadro davvero di grande rilievo e con prospettive sfavillanti. Ora vorrei condividere con voi quello che io, la formichina di cui sopra, vedo ogni volta che devo prendere l’aereo.
Premetto che nell’ultimo anno ho volato da Bologna, da Malpensa e una volta su Parma, con destinazione primaria Londra, ma anche Palermo, Washington, Cancun. Ma torniamo a casa nostra, Bologna.

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Datemi l’ausilio giusto e solleverò il mondo

L’arte di arrangiarsi. Sono spesso le situazioni di bisogno e di necessità che ci spingono a trovare nuove e più adattative soluzioni ai problemi della quotidianità; si rende a questo punto necessaria una più specifica e notevole capacità che potremmo definire creatività. E tale è anche quella di chi, a seguito di un infortunio più o meno grave, tenta di trovare le soluzioni più disparate per facilitare la vita a se stesso, ad un congiunto o ad un amico, vittima di inabilità fisica. Le soluzioni più originali per superare a livello pratico i limiti imposti da un handicap sono spesso realizzate artigianalmente: un fai-da-te a basso costo. Che però in qualche occasione va oltre la dimensione privata talora per essere presentata in qualche manifestazione dedicata proprio alla scoperta di nuovi ausili e/o strumenti per abbattere le barriere della menomazione.

Di notevole rilievo e giunto ormai alla terza edizione il Concorso Ausili creativi, organizzato dall’Ospedale imolese di Montecatone insieme a vari partner, che nasce con lo scopo di dare spazio a chiunque sia in grado di fornire idee e soluzioni alternative valide che aiutino a vivere la disabilità nella quotidianità; il tutto meglio se in modo semplice ed economico in modo da raggiungere un sempre più ampio numero di utenti, e se “di necessità si fa virtù” è il motivo per cui sono quasi sempre gli stessi disabili, parenti od amici, a cimentarsi nella ricerca o nell’ideazione di strumenti atti allo scopo.

Il vincitore dall’ultima edizione di questa lodevole iniziativa si chiama Slobodan Miletic, fondatore di RehabVenture, una piattaforma digitale dove le persone forniscono informazioni relative alle proprie condizioni e ai propri desideri e trovano una struttura riabilitativa o ospedaliera più adatta a loro, ma soprattutto ideatore di Reed, un tutore di plastica in grado di stabilizzare le dita di una persona tetraplegica mentre utilizza il computer, lo smartphone, il tablet e le altre apparecchiature che funzionano con il touchscreen, prodotto che gli ha permesso di aggiudicarsi il premio. Lo chiamo al telefono su appuntamento. Mi risponde una voce giovane e cortese in un italiano ancora insicuro. Mi dice subito che è contento che si parli di lui, del suo impegno per cercare di migliorare la vita di chi l’ha vista cambiare più o meno improvvisamente, come successe a lui nell’agosto di cinque anni fa mentre viaggiava sulla sua moto.

Il Dr. Cavina, Presidente e Amministratore delegato di Montecatone premia Slobodan Miletic. Fonte immagine: Disabiliabili.net
Il Dr. Cavina, Presidente e Amministratore delegato di Montecatone premia Slobodan Miletic. Fonte immagine: Disabiliabili.net
Slobodan ha 30 anni, è originario della Bosnia dove fino al 2012 lavorava come programmatore presso il Ministero delle Finanze. Nell’agosto di quell’anno un gravissimo incidente cambia radicalmente la sua vita: giorni di coma, 15 mesi di ospedale ed una diagnosi di tetraplegia. Accanto a lui allora come oggi la fidanzata, attuale moglie, Bojana, con la quale decide, per necessità di cure migliori, di trasferirsi in Italia, a Nonantola, nella provincia Modenese, dove già risiedeva da tempo la sua famiglia di origine.

Qui la lunga riabilitazione presso l’Ospedale di Montecatone lo ha fatto riflettere su cosa avrebbe potuto “fare anche per gli altri”. Uscito dal Centro si è trovato al “buio”: abituato ad usare quotidianamente computer e strumenti tecnologici il primo passo è stato appunto l’invenzione di Reed.

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Ma Slobodan accenna solo a questo suo dispositivo. In realtà mi accorgo che è molto più ansioso di informarmi che ora è molto concentrato sull’avvio al più presto – forse già nel settembre prossimo – della sua azienda start-up Rehabventure di cui non manca di spiegarmene il significato anche letterale: “Rehab” che sta per riabilitazione + “venture”, avventurarsi in italiano o che abbrevia il termine inglese adventure, spiegandomi che la riabilitazione è una vera e propria “avventura”. Rehabventure  si propone come una piattaforma web che ognuno potrà consultare per la ricerca di centri e strutture specializzate nella riabilitazione di persone vittime di traumi di varia natura, con l’ambizioso e lodevole intento di fornire all’utente una sorta di “guida” nella scelta del percorso più idoneo da effettuarsi a seconda del tipo di disabilità e relativa riabilitazione, utilizzando sinergicamente tutti i potenziali servizi a disposizione; tutto ciò cercando di creare una rete attiva di medici-operatori-pazienti-parenti-amici che sia in grado di fornire tutto il sostegno fisico e psicologico necessario durante il lungo cammino riabilitativo.
E finisce col parlarmi appunto di viaggi Slobodan. Delle tante cose che ha in mente di fare: gli piace viaggiare e progetta di farlo. Mi dice che ancora Bojana e lui non hanno figli ma stanno pensando anche a questo più importante ed infinito “viaggio” verso una nuova vita! Tanti auguri Slobodan!

Barbara De Marchi

Immagine di copertina, il Reed. Fonte: Superabile

Maturità 2017: tra gaffe da cabaret, sound check ed elicotteri in volo

«Maturità, t’avessi preso prima
Le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero»
(Antonello Venditti,
Notte prima degli esami)

Chiedere a qualcuno cosa ricorda del suo esame di maturità è sempre un’esperienza mistica. C’è anche chi lo sogna ancora, o sogna di non averlo passato e di doverlo sostenere di nuovo. Dopotutto, è la prima grande occasione per dimostrare a se stessi e agli altri quanto si vale, raccogliendo i frutti di cinque anni di studi. È un momento catartico – quasi un rito d’iniziazione – in cui si dà l’addio a scuola e adolescenza (non rendendosene conto fino in fondo), per lanciarsi in nuove avventure: il lavoro, l’università o il mitico anno sabbatico. La maturità del 2017, bisogna essere sinceri, non è nata proprio sotto una buona stella con la gaffe di ortografia sul sito del Miur che ha fatto ridere tutta la tribù: «Traccie prove scritte». Un banale refuso. Ma il web e il tempo reale non perdonano: dopo la moltitudine di condivisioni sui social, il ministero ha dovuto subito fare ammenda: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».
Eppure, a quanto pare, non è stata l’unica gaffe cabarettistica che quest’anno è arrivata dal ministero. Ho incontrato Antonella Battilani, professoressa di Discipline Grafiche all’Istituto Superiore d’Arte “A. Venturi”, per passare in rassegna le calde giornate dell’esame di quest’anno, vissuto ‘in trincea’ fra esplosivi sound check e fragorosi elicotteri.

Tre giorni di tour de force
Il caldo prosegue assillante, anche dopo la maturità. La prof è già seduta in uno dei pochi ritagli di ombra di cui può godere il bar dove ci siamo dati appuntamento. Appoggiamo i fogli della seconda prova sul tavolino in legno e iniziamo a passarlo in rassegna. Il tema prevedeva la progettazione di una collana di libri di testo per il liceo artistico – con focus su tre materie a scelta dello studente – oltre allo studio e alla realizzazione di materiale promozionale, un catalogo di 36 pagine e tre loghi.
«Già il titolo», mi fa notare, «è autoreferenziale: siamo al liceo artistico, e cosa ti fanno progettare? Una collana di libri di testo per il liceo artistico. La cover di per sé è un bellissimo tema di grafica editoriale. L’unico picco creativo era scegliere le materie e interpretarle con tre stili diversi. Quindi: tre cover con tre pensieri progettuali forti e tre linguaggi espressivi avrebbero già costituito un esame completo. Ci si poteva fermare lì, no? Per noi docenti sarebbe stato più che sufficiente per dare le valutazioni. E invece no…».

maturità-2017-prova-liceo-artistico Infatti, i vari problemi sono sorti – secondo la professoressa – per le altre e numerose richieste inserite nella prova. Scorro il testo, e mi saltano all’occhio le parole «folder di 36 pagine». Alzo lo sguardo, e chiedo delucidazioni.
«Il folder di 36 pagine, in realtà, non può esistere», risponde. «Il folder – dall’inglese to fold, “piegare” – è qualcosa che si piega o, al massimo, una cartellina. Quello che al ministero immaginavano è un catalogo, forse. Noi abbiamo deciso di fare realizzare agli studenti tre doppie pagine in cui evidenziare copertina, quarta di copertina, l’introduzione e una doppia interna per vedere come è stata strutturata la gabbia. Con questa richiesta, insomma, siamo entrati nel delirio».
Ma non è finita. Nelle ultime righe del primo foglio leggo: «In prima di copertina: autore, titolo, nome della disciplina a cui si riferisce, logo dell’editore, nome o logo della collana; in quarta di copertina: un testo di presentazione del volume di 300 battute, indicazione per testi accessori come IBAN, prezzo, box […]» eccetera.
IBAN? Ma l’IBAN non è forse l’International Bank Account Number?
«Questa è la vera chicca», mi dice la prof ridendo di gusto. «Pensa che io in aula, il testo, l’avevo letto giusto. Lectio facilior, si suol dire. Solo qualche minuto dopo è arrivata la presidente facendomi notare che era stato scritto davvero IBAN anziché ISBN. L’altra ‘perdita di tempo’, oltre al folder, sono stati i loghi: il logo de “Le Guide” in primis più altri due. In tre giorni, con quaranta gradi, uno ‘schiavismo’ totale».

Scene di ordinaria surrealtà
«La classe più piccola è stata messa nell’aula più grande, e quella più grande nell’aula più piccola. Allora, per evitare che gli studenti stessero male, li abbiamo disposti su due aule. I ventilatori non bastavano, neanche quelli acquistati da noi docenti». L’unico modo per fare entrare il poco ossigeno rimasto, in un’aria densa come vapore nebulizzato, era quello di aprire ancora di più le finestre.
Ed è con il sorriso che la prof mi racconta come hanno fatto: «Il vicepreside, con atto eroico, è entrato in aula munito di bastone di legno con cucchiaino in punta rigirato ed è riuscito ad aprire una parte delle finestre basculanti». Una sorta di opera d’arte dadaista incastonata per errore in Amarcord.
Ma i primi giorni della maturità non è stato solo il caldo a creare disagi a studenti e insegnanti: prima il sound check del concertone di Vasco e poi gli elicotteri sono stati altri elementi di disturbo in una situazione già soavemente in bilico.
«Pensa che uno dei miei studenti, anziché scrivere ‘Saperi in Espansione’ nell’headline della locandina, ha scritto ‘Sapori in Espansione’: aveva fame – in testa probabilmente aveva il gnocco fritto – ma l’abbiamo perdonato. Oltretutto, ha realizzato un lavoro davvero stupendo».
Mentre parliamo, arrivano due suoi studenti. Neanche a farlo apposta. Contenti e orgogliosi, con in mano il book fresco di stampa che presenteranno all’orale.
Chiedo anche a loro un parere sulla prova di progettazione. «È stata stimolante». Non sembrano sconvolti, né dall’IBAN né dal folder di 36 pagine.
«Vedi? Basta presentare e spiegare nel modo giusto le cose ai propri studenti», sottolinea la prof. «Quello che a loro dico sempre, come lezione di vita, è: “Trovate il modo di divertirvi in qualunque cosa facciate”».
I due ragazzi si siedono al tavolo accanto al nostro, continuando a parlare di grafica con inesauribile passione.
«Comunque, se il trend nelle tracce di maturità è questo», conclude la docente, «mi aspetto che l’anno prossimo chiederanno ai ragazzi di progettare la grafica per delle coppette di gelato. Speriamo di no».

 

Comunicare di meno e meglio per (ri)avvicinare la gente alla politica

Lavoro nel mondo della comunicazione e sono sempre stata una forte sostenitrice dell’ecologia della parola. Quando poi si tratta di comunicazione politica – e lo scenario attuale ci offre un’imbarazzante quantità di spunti di riflessione – la faccenda si fa davvero elettrizzante.

Ne ho parlato con Giuseppe Morrone, 32 anni, originario di Caggiano, che vive a Modena e lavora nel campo della comunicazione politica e istituzionale. Alle spalle, ha una laurea triennale in Scienze della Comunicazione, una laurea magistrale in Storia contemporanea e un master di II livello in Public History. Nello specifico, Morrone collabora con l’On. Giovanni Paglia, capogruppo di Sinistra Italiana in commissione Finanze a Montecitorio e occasionalmente svolge attività di ricerca come freelance, in università (Laboratorio di Storia delle Migrazioni, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali di Unimore), per gli enti locali e, da quest’anno, nelle scuole portando avanti progetti di educazione alla cittadinanza e alla partecipazione. Si occupa inoltre di curare la comunicazione del collettivo modenese cosMOlab, attivo da due anni nella nostra città, e di organizzare e promuovere eventi di taglio storico-politico-sociale.

Quale sforzo occorre fare, oggi, per comunicare la politica in modo efficace ai cittadini?
Sembra banale dirlo, ma occorre mettersi nei loro panni, provare ad osservare attraverso le loro lenti, senza alcun cedimento a questo esclusivo punto di vista giacché la comunicazione è in primo luogo relazione, quindi reciprocità e corresponsabilità.
I panni cioè di una popolazione largamente sfiduciata e che percepisce – a torto o a ragione – nella politica uno strumento inutile o tuttalpiù impotente a migliorare la propria condizione. Le lenti cioè di chi troppo spesso pur lavorando non riesce a condurre un’esistenza dignitosa e felice, privato di diritti, reddito, potere, libertà e prospettive.
Come si fa?
Io credo moltissimo nella cura e nella qualità dei contenuti che la politica ha il dovere civico di trasmettere – nel loro intreccio che sappia dosare pensiero e immediatezza – e in una paziente opera di alfabetizzazione diffusa, a partire da quella digitale.
Non basta la semplificazione urlata, non basta lo storytelling ben agghindato, occorre rifuggire come la peste la cialtroneria e la mitologia degli splendidi social media manager privi di contenuti, attenti più alla forma che alla sostanza delle cose.
Ci vogliono almeno tanti umanisti con il senso storico dei processi e l’orecchio a terra attento a captare e interpretare il magma dell’attualità e la polifonia delle voci, quanti sono i creativi e grafici, meglio ancora se combinati nei rispettivi campi di saperi, necessari ma da soli insufficienti.
La tecnica “obbediente e ammaestrata”, priva di intellettualità critica, non comporta avanzamenti di conoscenza utili alla collettività.
Basterebbe comunicare di meno ma meglio ciò che la politica di costruttivo produce ogni giorno e non avere pietà nel criticare con costanza ciò che la politica commette di deleterio o ignora, giacché si parla di temi che, volenti o nolenti, riguardano tutti.

Giuseppe Morrone
Giuseppe Morrone

Comunicazione politica e social network: la lentezza tipica della comunicazione politica (incontri, dibattiti…) si incontra o si scontra con la velocità del mondo online? I social la sviliscono oppure la rafforzano?
Queste domande sono opportune perché mi consentono di completare un ragionamento ed evitare un fraintendimento.
Anzitutto: concordo sull’insufficienza odierna delle iniziative cosiddette verticali – ovvero con relatori dietro a un tavolo e uditorio passivo – che pure rappresentano uno dei must della sinistra.
Sarei per limitarle e circoscriverle il più possibile a problematiche contingenti e non generiche, che tocchino il sentire dei cittadini e dunque li coinvolgano, evitando le tristi platee dei “già convinti” e degli addetti ai lavori che si parlano addosso.
Ciò detto, c’è modo e modo di organizzare questi eventi: anche qui fare interagire diversi linguaggi e attori (letture, proiezioni, testimonianze, storie di vita, interventi densi, intermezzi musicali) può essere la chiave e avrei da richiamare diversi esperimenti di successo realizzati negli ultimi anni, per differenti ambienti e collaborando con decine di donne e uomini impegnati civicamente o socialmente a vario titolo nel territorio provinciale:: sul reddito, sul caporalato, sulla Maserati, sul boom dei voucher, sul senso del fare politica, sulla mercificazione del lavoro; argomenti non esattamente facili eppure resi attrattivi.
Sul rapporto tra reale e virtuale, invece, credo vada generato un equilibrio tra azioni “on line” e “off line” e loro riproduzione.
Cosa vuol dire?
Da un lato c’è chi vagheggia un ritorno a una presunta età dell’oro fatta di “radicamento sul territorio” ed eterni dibattiti in fumose sezioni di partito; dall’altro chi pensa che l’agire politico si risolva in un paio di “mi piace”, qualche condivisione simpatica e commenti ad ogni piè sospinto sotto post d’attualità sapientemente organizzati dall’algoritmo di Facebook.
Ci sono frammenti di verità in ognuno di questi due atteggiamenti, ma presi a se stanti non affrontano la complessità del presente – che è pregno di iper-connessione costante quanto di disperata ricerca di scambi umani sinceri – e non ci fanno procedere di un millimetro.
Un esempio: recentemente come cosMOlab siamo stati protagonisti di un paio di episodi di mobilitazione “off line” – tradotto: piccoli gruppi di ragazze e ragazzi che individuano un nodo di conflitto e lo politicizzano con le proprie idee, srotolando uno striscione in mezzo a un centro commerciale aperto durante un giorno festivo oppure distribuendo volantini e parlando con le persone in attesa alla fermata del bus – organizzati nelle loro modalità concrete prevalentemente “on line” (attraverso un paio di chattate su Messenger) o in situazioni insolite per lo scopo (un aperitivo) e chiaramente rilanciati live sui nostri canali social durante il loro svolgimento; episodi che, per altro, hanno ricevuto una notevole ricaduta mediatica tradizionale su siti e giornali cittadini, costituendo oggetto di confronto pubblico più che di soddisfacimento del nostro ego.
Lentezza? Velocità?
Io la chiamo volontà di fare e comunicare bene le cose – sottraendo consapevolmente ore preziose alle proprie vite precarie – adottando i mezzi, le possibilità e i tempi volta a volta più adatti al contesto.

Cosa significa oggi partecipazione democratica (si parla più di cittadinanza attiva, no?) e com’è educare i bambini a questa dimensione?
Partiamo da un presupposto: io non sono un insegnante, ma nella passata primavera mi è capitato di tenere un corso di educazione alla cittadinanza per le quarte e quinte elementari delle Scuole Rodari e Stradi di Maranello.
Mi sono dunque avvicinato a piccoli passi a questo ambiente per me sconosciuto, anche con qualche timore, e al termine dell’esperienza non nascondo che mi piacerebbe proseguire.
Io penso anzitutto che non soltanto i giovani vadano edotti alle gioie e alle fatiche della partecipazione democratica, ma anche gli adulti.
A Maranello abbiamo provato ad affrontare argomenti abbastanza ostici per ragazzi di 10-11 anni: l’attualità della Costituzione (di alcuni articoli in particolare, cito il 3 sull’eguaglianza), il ruolo del Parlamento e del Consiglio comunale, del sindaco e degli assessori, il valore dei diritti e doveri tra i cittadini in formazione, la consapevolezza del non essere solamente individui bensì soggetti attivi della comunità cui si appartiene.
Sono partito da un esempio che i ragazzi hanno dimostrato di avere apprezzato: l’immagine di un grande condominio nel quale ad ogni piano – dal primo in cui trova posto la famiglia con genitori e figli al quarto occupato dalla Repubblica e dai suoi 60 milioni di abitanti da rappresentare attraverso gli organismi democratici, passando per Comuni e Regioni – corrispondesse un ambito più largo, complicato ancorché costellato di ruoli, procedure, norme e istituzioni per garantire il vivere insieme, associato.
E torniamo alla domanda: cos’è partecipazione democratica, cos’è fare politica in fondo?
Io credo che per rispondere adeguatamente vada sfidata una narrazione che è ormai senso comune, suffragata da molta realtà purtroppo, trasversale e da cui nessuno schieramento è immune: cioè che chi fa politica sia un arrivista, un mediocre, un cazzaro, se non un ladro.
E’ vero: tanti, troppi politici hanno fatto l’impossibile per legittimare e rendere verosimile questa narrazione, io stesso ne ho conosciuti diversi, ma non tutto è perduto.
Come scriveva Calvino, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Proprio così: stravolgere i modi del fare politica quotidiano, a partire da quelle ostinate minoranze e individualità che esistono e già li praticano, magari ignorate dal caos indistinto del “facciamo tabula rasa, non si salva nessuno”.
Ultimamente mi hanno colpito due citazioni di Luigi Manconi e Jeremy Corbin, penso condensino abbastanza quello in cui attualmente mi riconosco:
La mia politica muove sempre da un nome, un cognome e un volto e da una storia individuale per raggiungere, quando possibile, una questione generale”.
Insieme possiamo costruire una società migliore, dove ognuno conta, dove ogni differenza è fonte di ispirazione e ricchezza”.
In sintesi: se ai ragazzi e ai bambini gli spieghi che la politica può essere un’altra cosa, magari li appassioni.

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Che domande ti fanno i bambini a riguardo?
Guarda, l’esperienza è stata sorprendente, i giovani sanno sempre stupire anche gli scettici come me.
Durante un incontro ho provato a introdurre un argomento: i diritti dei bambini, quali possibilità di fare conoscere e valere le loro esigenze.
A partire da alcuni accenni, ho dovuto praticamente sospendere la spiegazione perché sono stato subissato di domande che ho meticolosamente appuntato.
Ognuno aveva la propria rimostranza o curiosità: dal perché i genitori non li considerano ma pretendono assoluta obbedienza al perché le auto corrono troppo con il rischio di investirli; dal perché i parchi non siano puliti e sicuri al perché occorra pagare i trasporti, i libri e la mensa dato che la scuola è un obbligo sancito dalla Costituzione.
Su tale caterva di quesiti non ho ritenuto corretto affermare giudizi certi, netti – casomai fosse possibile – bensì per i successivi incontri ne ho selezionati alcuni attorno ai quali fare dibattere le classi, presentando chi fossero i decisori politico-istituzionali atti (nella realtà) a valutarli e risponderne, argomentando i pro e i contro e infine invitando i ragazzi anche a votare tra opzioni differenti, specificando i ruoli altrettanto decisivi delle maggioranze di governo e delle opposizioni che si formavano, come in una specie di piccolo Consiglio comunale trasportato a scuola.
L’obiettivo era fornire un ABC del nostro sistema democratico e specialmente sottolineare l’essenzialità della discussione informata e del consenso nelle decisioni e nelle scelte che riguardano la vita pubblica di tutti i giorni, come vi si può dunque incidere sin da piccoli.

La nostra città è caratterizzata da un forte attivismo sociale (mi riferisco al volontariato e non solo) che si contrappone a una presenza politica non proprio ruggente. C’è un forte associazionismo ma sono anche tanti i comitati che nascono, portando istanze politiche, iniziative singole che di fatto non riescono a fare sistema. Come leggi questa contrapposizione?
Concordo. Modena è una città con un forte tessuto associativo e di volontariato e una presenza politica piuttosto sonnacchiosa, anche se a scavar bene qualcosa si muove.
Io non credo debba sussistere per forza un dualismo tra queste due dimensioni, entrambe vitali, oserei direi complementari se solo si parlassero di più, superando reciproche diffidenze; quanto ai comitati si tratta più che altro di luoghi che sorgono per rispondere a determinate istanze locali e che segnalano comunque situazioni cui le istituzioni non sanno o non vogliono rispondere, dunque fondamentali.
In generale ci si scontra con un gigantesco equivoco: si è abituati a credere che si possa fare politica solamente nei partiti, invece non è così; ora: da più dieci anni ho provato (e provo) ad abitare partiti di sinistra in maniera eretica – con anche ruoli di responsabilità in passato, un processo di picchi emotivi altissimi, entusiasmanti e deludenti a corrente alternata – e credo nella loro valenza seppure siano totalmente da reinventare nel loro stesso modo di funzionamento.
Riconosciuto ciò, alcuni appunti disordinati dalla mia cassetta degli attrezzi: per fare politica non servono particolari doti da “dirigenti”  né retrive nostalgie dei bei tempi andati, occorrono dedizione, determinazione, intuito, spirito di osservazione, passione, umiltà, generosità, spontaneità, serietà, disponibilità, chiarezza, abilità nel creare nessi, informazione e apprendimento continui, testa e cuore.
Quel dispendio al servizio dell’interesse generale e del “diritto di avere diritti” di cui è stato maestro il compianto Stefano Rodotà.
Ancora: stare fisicamente nei conflitti, prospettare soluzioni a chiunque ponga un problema, aguzzando l’ingegno, non ignorare perfino le richieste più improbabili. Autorevoli nelle aule istituzionali e di lotta, insieme agli sfruttati, nelle piazze, davanti a una fabbrica o in un CIE a fianco dei rifugiati.
Non specialisti né tuttologi, non professionisti né fenomeni da piedistallo ma persone normali, con i loro casini e sentimenti. Più umanità meno astuzie.
Servono preparazione (cioè studio) e duttilità (cioè pragmatismo) abbinate a un disegno di società da avere sempre in mente, un’idea forte che ci guidi, cui tendere.
Gli irregolari, i coraggiosi, gli scomodi, i piantagrane – spesso donne ma non soltanto, specie a Modena – possono essere la salvezza di un mondo politico che è in crisi anche perché profondamente maschile, nel suo grigiore, nei suoi riti stanchi, nelle sue prevaricazioni e nelle sue paranoie.
Dunque: meno timidezze per chiunque sia affascinato dalla partecipazione alla polis ma non vi si affacci per timore di una sua inadeguatezza, meno supponenze e atteggiamenti respingenti da parte chi la polis già la frequenta.
Qualche spunto: avremmo bisogno di amministratori che non considerino sognatori coloro che han l’ardire di immaginare disegni rivoluzionari per il futuro – ad esempio chi ritiene che i centri storici delle città vadano integralmente sgomberati dalla dittatura delle automobili – quanto di giornalisti e osservatori dallo sguardo acuto che, per dirne una, si cimentino in un racconto dell’Italia nelle sue pieghe meno esplorate, dalle città ai paesi; o ancora, come auspica il mio amico Federico Martelloni, di un’inchiesta parlamentare, con strumenti innovativi, che dissodi e descriva com’è composto davvero il mondo del lavoro odierno.
Politica è interessarsi di quel che ci accade intorno e organizzarsi per migliorare e trasformare l’esistente, che lo si faccia con una tessera di partito in tasca o meno ha un’importanza secondaria; i movimenti, i comitati e il civismo che non han timore di misurarsi e contaminarsi con partiti che a loro volta siano in grado di ripensare se stessi e relativizzarsi, ci mostrano una strada virtuosa.

La parola “eccellenze” ci piace da matti. Tortellini, Pavarotti, aceto balsamico. Vogliamo andare un po’ oltre? Cosa vedi tu, oltre questo? La bella ricerca a cui hai collaborato all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore fa luce, anche in prospettiva, su altri tipi di eccellenze che ignoriamo? E in generale, quali sono per te le eccellenze modenesi?
Esatto: andiamo oltre. Anche perché a me la pappardella sulle eccellenze – che non riguarda solamente Modena – pare sopperire più che altro un vuoto di elaborazione e di visione, che riflette a sua volta l’inconsistenza culturale di grossa parte delle cosiddette classi dirigenti.
Classi dirigenti che sembrano non vedere l’ora di agganciarsi al carro del messia di turno anziché prendere l’iniziativa e dettare una linea attenta alla qualità sociale, culturale e ambientale dello sviluppo, che non rifaccia il verso, magari ammodernato tecnologicamente, a modelli obsoleti.
I livelli enormi di inquinamento e le distese di cemento per nuove costruzioni pur in presenza di migliaia di case inutilizzate e sfitte nonché di sempre più persone sotto sfratto, sono lì a ricordarci gravi storture che diventano danno generale.
Intendiamoci: ho massimo rispetto per quei brand che incontrano il favore del mercato, dei turisti, che generano introiti e ricchezze per il sistema produttivo e l’indotto in termini di posti di lavoro; ma mi chiedo: cosa rimane al territorio, al di là del gigantismo e dell’occasionalità degli eventi nonché dei profitti che volentieri circolano in circuiti ristretti, magari poggiati su manodopera precaria?
Non soltanto: la concentrazione ossessiva su specifici settori – l’enogastronomico e il motoristico, per semplificare – rischia di precludere lo sguardo a quel tanto di positivo e funzionale che la nostra città mette a disposizione da decenni per chiunque vi approdi nonché di favorire distorsioni che pure esistono.
Senza dubbio allora, il sistema dei servizi alla persona, il sistema scolastico, il sistema sanitario e il sistema universitario e, perché no, il panorama musicale (rinverdito dal recente e indiscutibile successo del Modena Park di Vasco Rossi), rappresentano quattro micro-cosmi di alto livello, da preservare e valorizzare; ma anche qui alcune situazioni sono da affrontare: come ha ricordato poche settimane fa il prof. Giovanni Solinas, direttore del Dipartimento di Economia di Unimore, non è possibile che esistano Dipartimenti privilegiati e pigliatutto in termini di finanziamenti (tipo Ingegneria) ed altri (in particolare quelli economico-sociali-umanistici) costantemente sviliti.
Con il nostro progetto “Il posto di chi arriva” – frutto di una felice convergenza tra storici, sociologi ed economisti nata all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore – abbiamo impiantato una collaborazione tra attori diversi (Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Università, Comuni di Fiorano, Sassuolo, Modena e Maranello) su un lavoro di ricerca che indagasse e ricostruisse il fenomeno dell’immigrazione tra Modena e il Distretto Ceramico dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’90 del Novecento, comparando la fase degli spostamenti interni (prevalentemente dal Sud Italia ma non solo) con quella degli spostamenti dall’estero.
Ci siamo chiesti: quale rapporto sussiste tra gli arrivi provenienti da territori prossimi, come l’Appennino, poi da geografie più lontane ma sempre italiane, il sud e le isole, infine dai Paesi extraeuropei? A quali difficoltà e quali opportunità si è trovato di fronte un immigrato giunto da Catanzaro come da Tangeri? Quali relazioni e tensioni intercorrono tra la persona che migra e il luogo d’accoglienza? Cosa è il posto di chi arriva? E quali ripercussioni sullo spazio pubblico? Come questi sono stati attraversati e modificati dalle domande di cittadinanza progressivamente rivendicate da sempre nuovi soggetti migranti (individui o organizzati tra loro)? Quali le risposte fornite dai soggetti collettivi, le soluzioni adottate dalle istituzioni?
Ecco: intervistare non meno di 50 persone, tra testimoni diretti e informatori, tra vecchi e nuovi amministratori; spulciare le rassegne stampa e gli archivi più vari; confrontarsi con le emozioni di chi rievoca la propria storia privata; per poi estrarre da questo lungo e puntiglioso scavo, materiale utile alla comprensione del presente – per la cittadinanza, per le scuole, per la politica – a noi equipe di ricercatori pare un modo di attraversare, conoscere e narrare il territorio – nelle sue infinite sfumature – da incoraggiare e moltiplicare.

Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

Poco prima di intervistare Marianna Sautto sul tema dell’amore a distanza, avevo ascoltato alla radio una canzone che entrerà probabilmente nella top ten dei tormentoni estivi. Una canzone che, sia nel ritmo sia nelle riprese “effetto Studio Uno” del videoclip, strizza simpaticamente l’occhiolino agli anni Sessanta. Il titolo è L’esercito del selfie, e con un’elevata probabilità tutti – volenti o nolenti – a breve la canticchieremo. Il ritornello – «Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa […]» – ironizza sul fatto che oggi moltissime persone preferiscano comunicare e condividere le proprie esperienze sui canali social, dimenticandosi di quanto sia importante – specialmente in coppia – vedersi, sfiorarsi viversi. Ecco, conoscendo più da vicino la storia d’amore di Marianna, quel ritmo giocoso ha lasciato spazio a riflessioni più profonde, legate ai temi della distanza e del lavoro. Quasi da due anni, infatti, ogni venerdì da Modena prende l’aereo e va a Londra per raggiungere l’uomo che ama. Ed è proprio in situazioni come la sua che ci si accorge che – nonostante Facebook, Skype, Whatsapp e Facetime – la lontananza resta ancora una barriera.

MariannaIn un articolo pubblicato di recente su Internazionale, lo scrittore Alain de Botton parla degli aspetti positivi del vivere a distanza. Vorrei quindi un tuo parere, visto che è una situazione che vivi molto da vicino.
«Per me, di positivo, c’è poco. Credo questo dipenda anche dall’età in cui uno vive una relazione a distanza. Magari i ventenni o i trentenni la vivrebbero certamente meglio. Alla mia età [quasi 39 a settembre], ci sono aspetti che ti mancano davvero tanto. Mi manca, in primis, la quotidianità nel rapporto. Ho già avuto convivenze, quindi so cosa vuol dire vivere assieme il quotidiano».

Alain de Botton sostiene che uno degli aspetti positivi della distanza sia la comunicazione, cosa che a molte coppie oggi pare mancare. Chi ama da lontano deve raccontare, descrivere, analizzare diversi aspetti…
«È vero, ma dipende anche dalle persone. Io per esempio ho bisogno del contatto fisico con la persona che amo. Con i ritmi di oggi però è anche difficile trovare il tempo per concentrare tutto in una telefonata. E comunque tra me e lui c’è sempre in mezzo un barriera, un filtro. Se volevi intervistarmi per avere conferma degli aspetti positivi, non sono proprio la persona giusta [ride]».

E invece credo di sì, perché un po’ la penso come te. Mettiamola così: farò la banderuola tra gli aspetti positivi del vivere a distanza e quelli negativi.
«La mia relazione è da sempre fondata sulla distanza e sui posti che non mi appartengono: lui è romano, io vivo a Formigine. Ci siamo conosciuti in Sicilia, al mare, e in tre giorni ci siamo innamorati. Inizialmente abbiamo fatto un periodo fra Modena e Roma, poi lui si è trasferito a Londra. Ci vediamo praticamente tutti i weekend. Questi spostamenti hanno un costo, e notevole. Quindi la relazione è anche economicamente difficile da sostenere. Siamo d’accordo che la distanza non potrà durare ancora per molto».

Il vostro progetto è quello di ricongiungervi?
«È tutto molto complicato. Lui è nella “fase calda” della sua carriera e vuole conquistare una certa posizione dal punto di vista lavorativo. Ha in progetto di spostarsi ancora, ma certamente non di tornare in Italia. Quello che all’estero puoi ottenere a livello lavorativo – e non parlo solo dell’aspetto economico – in Italia non puoi averlo. Purtroppo».

Immagino lui abbia fatto questa scelta perché era una proposta che non si poteva rifiutare…
«Era una buona proposta, sì. Probabilmente, sarò io che mi dovrò spostare: anche se non so ancora dove andrò. Ci siamo posti come limite un anno: in quel momento decideremo. Stare insieme un giorno e mezzo rende tutto falsato: è come vivere in una realtà virtuale, compressa, costruita. Smetto di lavorare il venerdì pomeriggio, prendo l’aereo e vado a Londra per ritornare la domenica sera o a volte il lunedì mattina. La situazione che stiamo vivendo, insomma, è stancante anche da un punto di vista fisico. O sono in ufficio o sono in aereo».

marianna2È più facile gestirla, secondo te, con gli strumenti che si hanno a disposizione adesso? La vostra stessa situazione, quindici anni fa, come sarebbe evoluta?
«Probabilmente non l’avrei presa in considerazione. Per come la vivo ora, credo sarebbe stata insopportabile. Già adesso per me non è abbastanza, nonostante le possibilità di contatto che ci offre la tecnologia».

È triste pensare al fatto che abbiate dovuto accettare questo compromesso in parte a causa di una situazione lavorativa terribile in cui tuttora versa l’Italia.
«Assolutamente sì. Lui ama Roma, la sua città, ma ha dovuto scegliere Londra per un lavoro che qui non avrebbe mai potuto avere. Fra l’altro, c’è un altro problema connesso a questo argomento: io sono figlia unica, e il fatto di dover cambiare vita a quasi quarant’anni sarà molto difficile. Sono un sostegno per la mia famiglia, dato che mio padre è rimasto senza lavoro. La mia famiglia è sempre stata benestante, ma purtroppo mio padre lavorava nell’edilizia…».

Credo che un paese come l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile di una situazione come la vostra.
«Hai presente le frasi che senti dire spesso in TV e che non immagini potrebbero mai entrare a far parte della tua esistenza? Ora la dico a me stessa: “non pensavo saremmo arrivati a questi livelli”. La nostra situazione sta diventando davvero complicata. Non voglio lanciare alcun j’accuse, né perdermi in ragionamenti di politica sociale, ma così è».

Torno un attimo all’argomento dell’amore a distanza. Avete vissuto inizialmente la vostra relazione tra Modena e Roma, ora vi barcamenate tra Modena e Londra. Immagino sia stata da subito una sfida. Ma – si sa – le sfide si accettano solo se il sentimento è potente.
«Sì, ci siamo conosciuti nell’estate del 2014. Poi, dopo circa sei mesi, il mio compagno è andato nel Regno Unito. A Londra ho conosciuto una realtà che avevo solo intravisto, e mi sono resa conto di quanto sia limitata la vita qui. L’aspetto positivo è questo: quando deciderò di spostarmi, sceglierò una città che mi possa dare tanto. Mi dovrò reinventare a 39 anni, ma ci sono paesi che possono rendere questo salto molto più “indolore”. Se uno a quarant’anni da Londra venisse qui, che lavoro potrebbe fare? La relazione a distanza mi ha sconvolto l’esistenza, perché mi ha fornito una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Un lato positivo della distanza – vedi?! – alla fine l’abbiamo trovato».

Vivi all’ombra della Big Ben Tower da due anni solo nel weekend, ma immagino ti senta a casa ormai, anche solo per poche ore. Qual è il tuo luogo di Londra?
«Mi vengono subito in mente alcuni posti, legati al rito della colazione: la colazione per me è uno dei momenti più intimi del vivere una relazione. Il rito del nostro breakfast ha luogo nella Nappy Valley (il “quartiere dei pannolini”): o andiamo in un caffè italiano che fa torte buonissime o da Gail’s. Ogni tanto, ci concediamo una colazione ipercalorica british style».

Nappy Valley?
«È un quartiere curato, grazioso, in cui vivono molte coppie giovani (e abbastanza ricche) con figli».

Come ti senti oggi?
«È come vivere due vite parallele: quando il mio compagno mi raggiunge a Magreta, passa dalla megalopoli alla sinuosa campagna emiliana. Siamo sempre o su un treno o su un aereo o su una metropolitana. A Londra mi sono creata alcuni punti di riferimento, perché ho l’esigenza inconscia di vivere la quotidianità per non sentirmi sempre in viaggio, o in prestito. All’inizio tutto era nuovo, andare là era solo un bel viaggio. A pochi passi da London Eye, lungo il Tamigi, c’è una bancarella di libri usati a cui sono molto legata: il primo libro che ho acquistato è stata la prima edizione di un Harry Potter. Torno sempre lì, per cercare altri libri del maghetto: è l’ennesimo rito, l’ennesimo momento nostro che ci lega nei weekend britannici. La verità, però, è che ci metterei la firma ad averlo qui».

Gli alberi non hanno bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno degli alberi

“E’ un momento delicato per l’arboricoltura” mi dice Stefano Lorenzi. L’ho contattato per parlare di alberi e la sua affermazione immagino che dovrebbe sorprendermi. Delicato? Che succederà mai, nel mondo della cura degli alberi, tanto da rendere il momento delicato? “Il tree climbing e l’arboricoltura vivono in questi ultimi dieci anni una vera e propria esplosione” mi spiega Lorenzi. “Cosa che è di per sé positiva, ma come tutte le esplosioni va controllata per evitare danni”. Quali danni? E cos’è il tree climbing? Facciamo un passo indietro.

Perché arrampicarsi sugli alberi

Il tree climber si arrampica sugli alberi usando funi e imbragature, di solito con lo scopo di intervenire per curare le piante nel modo più efficace e meno invasivo possibile. Potare e tagliare rami, ma non solo. Diciamo che è un po’ il dottore degli alberi. “Il tree climbing è la tecnica sicuramente meno impattante a livello ambientale” mi spiega Lorenzi. “Non usa combustibili fossili, non inquina, non calpesta il terreno e le radici come invece fanno i grossi e pesanti macchinari”.

La giornata lavorativa degli arboricoltori-arrampicatori prevede spesso una prospettiva non comune, almeno per noi umani, e più vicina a quella di uccelli, ghiri, scoiattoli, insetti e tutti gli altri animali che vivono sugli alberi. “La prospettiva cambia completamente, soprattutto sugli alberi monumentali” dice Alberto Uguzzoni, tree climber che lavora nel modenese. “Quando si è al loro interno si ha la sensazione di essere in una piccola città. Ti fanno sentire davvero piccolo”.

tree climbing

Con l’obiettivo di disturbare il meno possibile, l’arboricoltore tree climber rispetta i tempi di nidificazione degli uccelli ed evita il momento della schiusa – o quantomeno dovrebbe – e cerca di rispettare gli spazi dei tanti animali che vivono in queste piccole città vegetali. “Al contrario di quello che si può pensare” continua Uguzzoni, “i ghiri e gli scoiattoli non hanno assolutamente paura. Anzi: i ghiri in modo particolare difendono in modo aggressivo il loro territorio e non è insolito essere inseguiti da loro”.

Da tecnica nata negli Usa, col tempo il tree climbing è diventato un tutt’uno con l’arboricoltura moderna, disciplina che deve molto alla figura del leggendario arboricoltore americano Alex Shigo, la cui filosofia si può riassumere in una sua frase “Per conoscere gli alberi bisogna toccarli”. Negli ultimi 30 anni questo nuovo approccio si è diffuso un po’ ovunque, Italia compresa, e oggi la figura dell’arboricoltore e arrampicatore di alberi è sempre più popolare. Domanda: forse anche un po’ troppo?

“In questo momento ritengo che, soprattutto in Italia, sia effettivamente diventata una moda” mi dice Andre Maroè del team di SuPerAlberi. “Soprattutto tra i giovani giardinieri che vedono in questa tecnica un facile investimento per fare un po’ di soldi. In 30 anni abbiamo creato troppi tree climber e pochissimi arboricoltori”.

Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani
Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani

Se vediamo l’arboricoltore come il dottore degli alberi, possiamo dire che in Italia ci sono tanti dottori senza una laurea in medicina, non iscritti all’ordine dei medici, che operano senza problemi. “Non tutti quelli che operano sugli alberi sono degli esperti, anzi. Non esiste un vero e proprio percorso formativo” continua Andrea Maroè, “per cui spesso i veri specialisti si trovano a doversi confrontare con pseudo esperti. Non ci faremmo mai operare da un appassionato di medicina, per quanto bravo possa essere. Penso che sceglieremmo sempre il chirurgo più conosciuto e più esperto. Anche se anche i più bravi possono sbagliare”.

Così si spiegano i viali di alberi orrendamente decapitati, i giardini comunali con potature insensate e dannose e altri esempi di interventi lasciati al caso e all’inesperienza. Il punto è che attualmente non esiste un preciso percorso formativo e una certificazione unica. E inoltre, come dimostrano certe discussioni anche tra arboricoltori esperti, a volte non si è d’accordo nemmeno sulle basi.

“I corsi in Italia sono vari e tutti forniscono le competenze per accedere e lavorare in sicurezza sugli alberi, ma non cosa fare o cosa non fare sugli alberi” mi spiega Alberto Uguzzoni. Dunque la situazione paradossale è che oggi è molto facile diventare un professionista dell’arrampicata sugli alberi, arrivare sopra, in cima, e magari non sapere esattamente cosa fare.

“E’ stato avviato un percorso di riconoscimento della figura professionale dell’arboricoltore presso il Ministero” dice Stefano Lorenzi. “In questo modo saranno necessari dei requisiti normati per poter operare sugli alberi”. Al momento una certificazione utile è quella di ETW (European Tree Worker) rilasciata dall’European Arboricoltural Council e in Italia promossa dalla Sia, Società Italiana di Arboricoltura. Ma, certificazioni a parte, come si diventa arboricoltori e tree climber?

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“Io ho iniziato ad arrampicare il ciliegio che mio padre, un noto vivaista dell’epoca, aveva piantato quando sono nato” mi racconta Andrea Maroè. “E ho continuato a salirci fino a che non l’albero non è morto. Forse per questo ho deciso di fare l’arboricoltore: per evitare che altri alberi morissero. Così mi sono laureato, mi sono specializzato in Italia e all’estero e sono oramai più di 30 anni che poto gli alberi, li curo, li studio, li cerco e li faccio conoscere”.

Farli conoscere per Maroè vuol dire anche condividere il suo lavoro: “Raccontare gli alberi, magari in maniera diversa, facendo intravedere gli aspetti tecnici ma anche le nostre aspettative o le nostre sensazioni, riteniamo che sia fondamentale perché passi sostanzialmente il messaggio che gli alberi sono esseri viventi, che c’erano molto prima di noi su questo pianeta e ci saranno molto dopo”.

Leggi anche: Storia di un albero, il leccio invisibile di Via Selmi

Anche per Stefano Lorenzi raccontare e condividere è fondamentale, soprattutto per far capire l’importanza degli alberi nel nostro mondo. E secondo lui bisogna cominciare già alle scuole elementari: “Quello che deve passare è una cultura vera e cosciente di cosa e’ un albero e di come rispettarlo. A mio avviso non hanno mai avuto senso gli ambientalisti estremisti che si incatenano ad un albero morto. E’ morto, punto. Investiamo le nostre forze per far si che chi e’ incaricato a gestirli lo faccia bene, impariamo che il prato fino a sotto al tronco non si può’ avere, impariamo che due foglie per terra non hanno mai ucciso nessuno, impariamo che nei parcheggi e’ meglio lasciar più’ spazio permeabile altrimenti gli alberi che di solito mettono muoiono dopo 3 anni, impariamo che l ombra e’ importante e che un albero alto se sano non è pericoloso.

Una maggiore consapevolezza porterebbe secondo Lorenzi anche a una maggiore responsabilità da parte dei cittadini, “perché sono tutti parte in causa: dovrebbero capire che gli alberi delle città sono di loro proprietà, dovrebbero formarsi ed informarsi e pretendere dai comuni maggiore competenza nella gestione, fin dall’impianto”.

In questo modo forse si eviterebbero le discutibili capitozzature (quando si taglia tutto, lasciando un orribile troncone) e più in generale tutto quello che può succedere quando si lascia una motosega in mano a chi non ha né le conoscenze né l’esperienza necessaria. Ma a proposito, perché dobbiamo potare gli alberi? Non hanno vissuto per milioni di anni senza che nessuno li potasse?

Chi potava gli alberi quando noi non c’eravamo?

“La potatura diviene necessaria e fondamentale semplicemente perché piantiamo gli alberi” risponde Andrea Maroè. “Gli alberi in città non crescono da soli, non sono mai nati da soli in viale o in un giardino. Una Araucaria o una Sequoia non si sognerebbero mai di attraversare l’oceano per crescere nei nostri climi”

La potatura dunque diventa un’operazione fondamentale per la convivenza tra alberi ed esseri umani, dato che ci ritroviamo a vivere negli stessi spazi. “L’uomo, fin dall’antichità, ha sempre trovato negli alberi rifugio, riparo, cibo, tutto ciò di cui aveva bisogno” ricorda Uguzzoni. “Cosa è cambiato allora? Sono cambiate le esigenze e quindi il comportamento dell’uomo nei confronti dell’ambiente e della terra stessa. Oggi gli alberi hanno un ruolo marginale nella nostra vita e quindi sono trattati marginalmente, spesso sono chiamato a intervenire su alberi che non hanno nessun problema, colpevoli di essere cresciuti nel posto sbagliato. Sbagliato per noi, in quanto abbiamo paura perché sono troppo grandi o troppo alti. Come se gli alberi dovessero rispondere e rispettare alle leggi degli uomini”.

“In un mondo perfetto gli alberi non hanno bisogno di noi” dice Lorenzi. “Se un ramo non gli serve lo seccano e lo perdono, se è troppo lungo si rompe col vento e cosi via. Ma abbiamo deciso di viverci accanto, dunque cerchiamo di addomesticarli come abbiamo fatto con gli animali”.

Così come è avvenuto con l’addomesticamento degli animali, l’esperienza serve ad evitare gli errori e a migliorare la convivenza. Il problema però è che gli alberi hanno tempi di risposta molto più lunghi di quelli di un animale: “Se a una mucca non do da bere dopo tre giorni muore. Se ad un albero asfalto le radici e non gli permetto di bere muore dopo cinque anni, forse”. Gli errori dunque non si vedono subito, e a volte non si vedono mai. Quello che la natura ha costruito in secoli, l’uomo può distruggerlo in pochi minuti convinto di fare una cosa giusta.

L’esperienza dunque è fondamentale, soprattutto per evitare errori che danneggiano alberi che spesso vivono da secoli e che vanno studiati e capiti a fondo prima di mettere mano alla sega. La moderna arboricoltura dovrebbe essere sempre più attenta a rispettare la fisiologia il suo naturale percorso di crescita di un albero, nel modo meno invasivo, tenendo conto di tutti i sistemi vitali che interagiscono con l’albero, come spiega ancora Lorenzi: “Ad esempio se c’è un ramo secco non pericoloso con le attività umane lo lasciamo, perché ricco di cibo per insetti utili o uccelli”.

“Gli alberi, i vegetali, costituiscono il 98% del mondo vivente di questo pianeta” dice Andrea Maroè. “Noi siamo una misera parte di quel 2% che è il mondo animale. E nella nostra enorme superbia pensiamo di dominare il pianeta, ma non è così. Senza di noi gli alberi hanno sempre vissuto e continueranno a vivere, mentre noi senza di loro non dureremmo neppure un giorno. Chi è più evoluto? Chi è più intelligente? Chi è più resiliente? Gli alberi sono i nostri antenati ancestrali. O impariamo da loro, a convivere con loro, o per noi non ci sarà futuro”.

Immagine di copertina in licenza CC: Tony Hall

Sempre connessi? Ecco quali sono le conseguenze per il cervello

Sono costantemente connessi alla Rete. Lo smartphone è ormai quasi un’appendice del corpo, lo controllano in modo compulsivo e non se ne separano mai; non lo spengono nemmeno quando vanno a dormire. I millennials – i nati tra l’inizio degli anni ’80 e i primi anni 2000 – sono la prima generazione ad aver così tanta familiarità con la tecnologia da aver reso ormai superata la distinzione tra sfera virtuale e vita reale. Per questi giovani, infatti, il cellulare non è più soltanto un mezzo tecnologico che consente di essere in contatto con il mondo, ma fa parte integrante della realtà perché rappresenta tutte le loro connessioni sociali.

Così li dipinge il Rapporto Giovani 2017 dell’Istituto Giuseppe Toniolo, tra i più importanti punti di riferimento per indagare il complesso e dinamico universo giovanile in Italia. Uno dei focus della ricerca è il legame dei millennials con il web, che si esprime soprattutto nel successo dei social network, primo fra tutti Facebook, definito il «social dei social».
Ma quali sono le conseguenze di un uso pervasivo della tecnologia digitale, in particolare sulle menti più giovani? Di questo si è parlato a Modena all’interno del Laboratorio sulle competenze digitali dal titolo “Neuroni… in rete: le conseguenze neuropsicologiche dell’iperconnettività”, organizzato dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari e tenuto dalla prof.ssa Cinzia Giubbarelli, psichiatra e psicoterapeuta.

Recenti studi hanno evidenziato come il massiccio utilizzo di internet vada a influire sull’aspetto neurologico del nostro cervello, il quale si adatta e si modifica a seconda del modo in cui viene impiegato. Si discute da tempo sugli effetti positivi e negativi dei new media: tra i primi possiamo sicuramente riconoscere l’aumento delle capacità visuo-spaziali e percettive, date dalla molteplicità degli stimoli sensoriali offerti, oltre che dalla facilità e immediatezza nel reperimento di informazioni, ma tra i secondi occorre annoverare la diminuzione delle capacità di approfondimento, elaborazione, associazione e riflessione sui dati. La grande disponibilità di informazioni non agevola le funzioni cognitive: possiamo infatti memorizzare una conoscenza nel lungo termine se ce ne occupiamo in maniera approfondita e intensiva, altrimenti la recepiremo solo superficialmente, non la faremo veramente nostra.

Millennials. Fonte immagine: Volontariato oggi.
Millennials. Fonte immagine: Volontariato oggi.

Forse pochi sanno che l’uso intensivo dei media digitali libera la stessa quantità di dopamina rilasciata dalle sostanze stupefacenti. In poche parole, crea dipendenza. Sebbene non sia ancora possibile fare confronti intergenerazionali, sono state riscontrate anomalie strutturali negli adolescenti che abusano delle nuove tecnologie, come la riduzione della materia grigia nella corteccia cerebrale, modifica che ha carattere di irreversibilità. Tutto questo pone problemi di non poca rilevanza a livello educativo: genitori e insegnanti sono certo i più coinvolti nella sfida quotidiana per preservare i ragazzi dai rischi connessi all’abuso della tecnologia, ma questi pericoli riguardano ciascuno di noi. Oltre a influire negativamente sulla maturazione cerebrale, sullo sviluppo linguistico e sulla capacità di attenzione dei bambini, pregiudicando la piena acquisizione degli strumenti necessari per comprendere il mondo, i nuovi media hanno importanti ripercussioni sul piano psicologico ed emotivo, anche degli adulti. Facciamo esperienza ogni giorno del frequente scollamento tra la realtà e l’esperienza emotiva rappresentata: sul web vogliamo apparire migliori, tendiamo a mostrare solo il lato bello della nostra vita, i successi, le emozioni positive, tralasciando le parti oscure di noi, i fallimenti, le sensazioni negative. Il riconoscimento sui social diventa qualcosa di cui non possiamo fare a meno e per il quale talvolta siamo disposti a bluffare e mentire.

Il prossimo appuntamento con i Laboratori sulle Competenze Digitali: “BIG DATA TSUNAMI. Immagini, email, mappe e conversazioni sui social valgono più del petrolio

Nell’era digitale rifuggiamo come la peste il silenzio e la noia, ritenendoli a torto i peggiori nemici del nostro tempo: ma se la noia è educativa per i bambini, perché insegna a saper attendere e desiderare, a essere creativi e interagire con se stessi, a conoscere il proprio io e i propri limiti, a sua volta il silenzio permette a tutti di sedimentare le esperienze vissute e le conoscenze apprese, favorisce l’interiorizzazione e costituisce uno spazio fondamentale di riflessione personale, «uno stato superiore al normale ordine delle cose» (Maria Montessori).

Inoltre, se siamo spesso connessi con un “chi” o un “dove” che non è presente, la nostra è una vita «dislocata, differita… una vita vissuta sempre altrove» (Mauro Covacich), e rischiamo di perdere il “qui e ora” della quotidianità. Nei casi più gravi le conseguenze possono essere drammatiche: sempre più numerosi anche in Italia i cosiddetti hikikomori, ragazzi che vivono 24 ore su 24 chiusi nella loro stanza, davanti al monitor di un computer perennemente connesso a internet, con il quale hanno un rapporto esclusivo e simbiotico, che li porta a ritirarsi dalla vita sociale, con livelli estremi di isolamento e assoluta mancanza di relazioni, se non virtuali.
Anche senza arrivare a questi eccessi, è importante saper riconoscere i sintomi di un adolescente “prigioniero” del cellulare: irritabilità, apatia, chiusura sociale, instabilità emotiva sono campanelli di allarme davanti ai quali occorre recuperare una relazione educativa forte.

Come contrastare pericoli che hanno ben poco di virtuale? Ecco un piccolo vademecum per educare all’uso dei media:

Da 0 a 3 anni: schermi vietati.
Da 3 a 6 anni: non superare i 30 minuti al giorno.
Da 6 a 9 anni: uso di dispositivi digitali solo sotto la supervisione di un adulto.
Da 9 a 12 anni: coltivare le capacità relazionali.
Da 12 a 18 anni: “digital-diet”; autonomia sì, ma far spazio alla vita reale.

Importante è creare sempre spazi media-free nelle famiglie e nelle altre realtà educative, perché i ragazzi siano maggiormente in contatto con esperienze reali invece che con mondi virtuali. TV, tablet e smartphone vengono utilizzati spesso per domare i capricci e le intemperanze dei piccoli, ma ricorrere troppo al loro utilizzo per intrattenere un bambino può trasformarli nel lungo periodo da efficaci alleati a veri e propri ostacoli per lo sviluppo equilibrato del ragazzo, fino a compromettere la sua capacità di relazionarsi pienamente nella vita reale. Non è tutto oro quello che luccica, soprattutto se passa da uno schermo.

Fonte immagine di copertina: Pixabay

150 anni di quel “sicuro navicello che solca limpida e placida onda”

28Il 12 giugno 1867, con atto del notaio Benucci, viene costituita la Banca Popolare di Modena. Siamo ancora in pieno Risorgimento, con l’Italia appena nata, in un clima fecondo per la nascita e diffusione di Banche popolari, come strumento per promuovere il credito a favore delle classi lavoratrici. In questo ambito si delinea il progetto di creazione della Banca Popolare di Modena, voluta dal gruppo dirigente della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso. Il primo bilancio viene approvato nel 1870 a pochi mesi dalla presa di Roma con la breccia di Porta Pia. La sede della nuova banca è nel palazzo Fabrizi, in corso Canalgrande, angolo via Emilia centro. Fin qua potrebbe essere la cronaca di uno dei tanti istituti di credito, nati in una qualsiasi città italiana, che ripercorre le proprio origini per arrivare a spiegare di essere oggi parte di una grande banca, con una sede prestigiosa in una grande città italiana, o estera. E’ già accaduto ad altre banche modenesi e va bene così, perché questo è il corso delle cose.

Invece, questo è l’incipit di una storia che la BPER ha prodotto in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di vita di una banca che oggi è la sesta in Italia come dimensioni, che ha scelto di restare nella piccola città in cui è nata, Modena. Proprio in città la Popolare, così la chiamano ancora i modenesi, ha voluto celebrare il compleanno, offrendo alla cittadinanza tre giorni di eventi (10-12 giugno) e allestendo una mostra, presso la chiesa di San Carlo, aperta fino al prossimo 9 luglio.

Un’immagine che la BPER fa sua per descrivere la propria storia è presa ancora dai documenti storici dei suoi primi decenni di vita ed è quella del , descritto nel 1899 per presentare ai soci un altro anno di buoni risultati di gestione. Una navigazione che ha seguito una rotta sicura, capace di superare indenne le più terribili tempeste, come testimoniato dalle parole della relazione del bilancio 1930: “La crisi economica che si è verificata in quasi tutta Europa e che ha, anche in Italia, cagionato dissesti di organismi già ritenuti forti e sani sotto ogni aspetto, può dirsi che non abbia avuto ripercussione sul nostro Istituto”.

Questa rotta economico-navale subì una prima sostanziale accelerazione nel secondo dopoguerra, quando la Banca divenne “attore principale nel processo di ricostruzione dell’economia locale dilaniata dal conflitto e favorì il boom industriale e artigianale di una delle provincie più povere del Nord, favorendo lo sviluppo dell’economia dei distretti.”
Il legame con il territorio non è una cosa scontata per aziende di questa portata, ma Modena è ben abituata, perché non sono poche le realtà economiche che sono cresciute anche a livello mondiale e che hanno tenuto radici e legami saldi all’ombra della Ghirlandina o nella nostra provincia.

“Un punto fermo di questi 150 anni di storia sono i valori: il rapporto con le persone e la vicinanza al territorio. La storia di BPER Banca racconta infatti questi legami forti; l’istituto è nato in una piccola città dove lo spirito imprenditoriale ha sempre animato le persone. E proprio dall’attenzione al rapporto con le imprese è arrivato lo stimolo a crescere, ad attrezzarsi per migliorare prodotti e servizi e a competere ad armi pari con i più importanti Gruppi bancari. Grazie al rapporto virtuoso con la loro banca – prosegue la sintesi storica prodotta dalla popolare – molte piccole imprese sono cresciute, fino a diventare eccellenze assolute sui mercati internazionali. Questo è avvenuto prima a Modena e in Emilia Romagna, poi via via in ambiti più ampi ed estesi al territorio nazionale, in cui l’istituto ha operato con le stesse modalità di dialogo e attenzione che l’hanno caratterizzato dalla nascita. BPER ha sempre rispettato i valori che animarono nel 1867 un gruppo di cittadini modenesi nel progettare una banca in grado di agevolare il ricorso al credito, rivolgendosi a un ambito sempre più vasto di fasce sociali, mantenendo le persone sempre al centro.” La Popolare è indubbiamente entrata a far parte del tessuto sociale della città, non solo attraverso il rapporto con le imprese e i cittadini, ma anche dando lavoro a migliaia di famiglie della città, creando, almeno nei primi tempi, anche un orgoglioso senso di appartenenza. Ecco perché è nata la scelta di aprire alla città le proprie celebrazioni, offrendo appuntamenti di spettacolo e cultura economica, confermando che Modena resta comunque la “capitale” della banca.

I dubbi non sarebbero infondati, perché la Popolare inizia fin dalla fine degli anni Sessanta vi a superare i confini provinciali con l’apertura di alcune filiali nelle provincie limitrofe e con l’acquisizione di alcune piccolissime banche locali. Nel 1983 la Banca Popolare dell’Emilia, nata dalla fusione della Banca Popolare di Modena e della Banca Cooperativa di Bologna, muove i primi passi da banca regionale, proclamando orgogliosamente che ognuna delle sue filiali – diffuse essenzialmente nelle provincie di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – avrebbe mantenuto “l’identità propria di una banca locale, secondo la tradizione del credito popolare”.

Il 1 maggio 1992 la Banca Popolare di Modena diventa Banca Popolare dell’Emilia Romagna: gli sportelli aumentarono del 37%, i dipendenti del 21%, il patrimonio del 16% e il nuovo Istituto compì l’ultimo passo per accreditarsi come banca regionale. Non passa molto e nel 1994 parte il progetto di costituzione di un Gruppo bancario federale con l’acquisizione di numerose banche locali in varie zone d’Italia, delle quali venne preservata l’autonomia, insieme con il radicamento territoriale. Tale modello resta fino al piano industriale 2012-2014, quando la politica dell’Istituto si indirizza verso una semplificazione adeguata alle nuove esigenze di mercato, per arrivare nel recentissimo 2015 all’adozione del nuovo Piano industriale 2015-2017 e nella ridefinizione del brand e del nome stesso dell’Istituto, diventato appunto BPER Banca.
Oggi BPER è presente in 18 regioni con circa 1.200 filiali, oltre 11.000 dipendenti e 2 milioni di clienti.

A dimostrazione dell’attaccamento a Modena restano anche le numerose presenze che la BPER afferma in città, attraverso sponsorizzazioni e patrocini negli ambiti dello sport, della cultura e dello sviluppo del territorio, fino ad arrivare a quello che ormai in città tutti chiamano “l’Evento”, il concerto di Vasco del 1 luglio.
In contemporanea ai cambiamenti e agli sviluppi che questa storia narra, restano le radici e la volontà di mantenerle, per dire che Modena può essere una città con il tessuto adatto ad ospitare un istituto di credito di dimensioni nazionali. Dopo 150 anni si può dire che la Popolare c’è ancora.

Sotto questo sole, è bello riposare, se…

Modena è bella, ma c’è una sola parole che frulla in testa ai suoi cittadini quando inizia l’estate: fuggire. La stupenda cattedrale romanica, la Ghirlandina, i tortellini, piazza Roma con le sue fontane, il gelato al K2, non sono abbastanza per convincere un modenese ad auto infliggersi la tortura dell’afa estiva della nostra provincia. Dopo l’allarme siccità e la richiesta di stato d’emergenza da parte della Regione, i motivi per restare a Modena si possono contare davvero sulle dita di una mano. Tra questi, uno è sicuramente il lavoro. Non una scelta, ma un obbligo che costringe i modenesi a tenere i propri sederi (almeno refrigerati dall’aria condizionata) incollati alle sedie, o a lavorare in campagna con quasi 40 gradi all’ombra.
Ma per non abbattersi troppo non c’è altro da fare che guardare avanti. Avanti verso le agognate ferie accumulate in un sudatissimo – ora più che mai – anno di lavoro. Un piccolo barlume di speranza che consente alla nostra immaginazione di vagolare tra onde dolci e calme e pesci dalle squame sberluccicanti che danzano allegri fra le nostre caviglie. Passano le settimane e il momento di impacchettare tutto, salire in macchina, sgommare a tutta birra verso le spiagge arriva, finalmente. L’entusiasmo è alle stelle, le autostrade sono piene ma non c’importa, noi sappiamo dove stiamo andando, sappiamo cosa ci aspetta.

E quando arriviamo finalmente alla località su cui tante volte, forse troppe, abbiamo fantasticato in ufficio, ecco ripiombarci addosso ancora una volta la realtà con tutto il suo peso, la sua gravità, la sua asciuttezza. Chilometri di spiagge ricoperti di ombrelloni, lettini, famiglie numerose, secchielli, palette e materassini. Forse abbiamo scelto il posto sbagliato? Forse. Ma chiudiamo gli occhi e procediamo, comunque soddisfatti. D’altronde non tutti hanno lo spirito dell’esploratore o il gusto per la spiaggia vuota e selvaggia, sconosciuta ai più, popolata da nudisti dai culetti marmorei e che può essere raggiunta solo percorrendo a piedi un impervio sentierino circondato da una secchissima macchia mediterranea, su cui bisogna scarpinare per circa mezz’ora prima di poter mettere i piedi in acqua.

coco

La maggior parte di noi, c’è poco da discutere, preferisce andare sul sicuro, virare su mete conosciute come, nel caso dell’Emilia Romagna, le affollate Rimini e Riccione dove è possibile rinfrescarsi con uno spritz ad ogni ora, degustare piatti di ostriche e calamari fritti, conoscere gente e ri-incontrare gente, la solita, i colleghi di lavoro, i vari Filini o Calboni tutti abbronzati e con la pancetta penzolante. Allora ecco spiegato perché tanti di noi prediligono, in fin dei conti, il famoso stabilimento balneare alle rocce scomode su cui non si sa neanche dove mettere l’ombrellone e dove dormire dopo pranzo diventa un incubo perché quel maledetto Sole si sposta di continuo (il Sole?) e ci brucia i piedini quando cerchiamo di appisolarci tutti accaldati, sognando l’aria condizionata. No, meglio i villaggi con le spiagge ben organizzate e dalle metrature perfette, spalla a spalla con i nostri vicini. Unica pecca? Forse doversi svegliare alle 7 di mattina per poter arrivare per i primi alle sdraio migliori, quelle davanti a tutti, con vista sull’acqua invece che sulla schiena pelosa di chi ci sta davanti.

Ed ecco la vera notizia dell’articolo. Per aggiungere un’altra nota di merito ai famosi stabilimenti, arriva una soluzione anche al problema della sdraio. Un’app di recente invenzione, firmata da due giovani ingegneri che si sono conosciuti tra le file di Microsoft, che consente di prenotare il proprio ombrellone proprio come si fa con Airbnb per gli appartamenti e con The Fork per i ristoranti. Coco,  così si chiama, è nata da un’idea di Nicola Palumbo e Antonio Baldassarre, entrambi pugliesi e amanti del mare. I due ragazzi, che per investire nella loro start up hanno decise di lasciare il lavoro, hanno battuto 7000 km di coste per convincere i gestori degli stabilimenti ad aderire al loro progetto, arrivando a coprire finora numerose località turistiche di mare che includono spiagge della Toscana, Sardegna, Liguria, Marche, Puglia, Abruzzo e anche Emilia Romagna, appunto.

Il loro slogan? “Non rischiare di rimanere al sole”, seguito da un sommario molto semplice ed incisivo “Prenota il tuo posto in spiaggia con l’AppCoco”. Insomma, dal nostro divano ora è possibile prenotare lo sdraio che più preferiamo con un semplice clic, pagando con Paypal o carta di credito, per poter così arrivare in spiaggia all’ora che preferiamo e con tutta la calma del mondo. Prenotata e pagata la porzione di spiaggia, non ci resta che prenotare anche la nostra porzione di mare, così da potersi bagnare senza dover aspettare che il gruppo di vecchiette smetta di fare esercizi e, perché no, anche la nostra porzione di aria, ché non si sa mai. Ma per ora ci accontentiamo dello sdraio, una piccola isola nel mare di gente che, come noi, non vuole “rischiare di rimanere al sole”.

In copertina: riviera romagnola (Fonte immagine in Licenza CC, Wikipedia)